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Comunità israelitica di Alessandria

Sede: Alessandria
Date di esistenza: 1490 - 1806, estremo remoto dato dalla prima attestazione documentaria accertata
1815 - 1985, Estremo remoto da ricondursi all'insediamento nella città di Alessandria del banchiere Abramo figlio di Giuseppe Vitale de' Sarcedoti.
Estremo recente coincidente con l'assorbimento della comunità di Alessandria in quella di Torino, ufficialmente sancito nel 1985, dopo un processo durato alcuni anni, e realizzato all'inizio del 1986

Intestazioni:
Comunità israelitica di Alessandria, Alessandria, 1490 - 1806; 1815 - 1985, SIUSA

Altre denominazioni:
Consistoire Départemental des Israelites de la Circoscription de Casal (Dipartimento di Marengo), 1806 - 1814, 1806 - 1814
Università israelitica di Alessandria, sec. XIX al 1930
Comunità israelitica di Torino - Sezione di Alessandria, 1985 - 1989
Comunità ebraica di Torino - Sezione di Alessandria, dal 1989

La storia della comunità ebraica alessandrina, una delle maggiori del Piemonte, copre mezzo millennio. Come per la gran parte degli insediamenti analoghi, le vicende più antiche non sono documentate a sufficienza: possediamo alcune notizie sporadiche, che attestano fuori di dubbio la presenza ebraica, ma che non consentono di avanzare ipotesi più puntuali sulla natura della comunità o del gruppo di cui i primi Ebrei della zona facevano parte.
Sappiamo che nel 1490 si insediò in Alessandria - allora sotto il governo sforzesco - il banchiere Abramo di Giuseppe Vitale de' Sarcedoti, probabilmente in fuga dalla Francia. Il 30 agosto 1501 la città, che aveva avuto nel frattempo modo di valutare sino a che punto l'attività di prestito di Abramo fosse utile al proprio benessere, concesse a lui e alla famiglia una condotta illimitata.
Salvatore Foa riferisce che nella metà del XVI secolo alla famiglia Vitale si affiancò la famiglia Levi; tuttavia, su richiesta degli alessandrini, Filippo II d'Asburgo (1527-1598) scrisse al cardinale di Trento, allora governatore dello Stato di Milano (Foa non specifica di chi si trattasse, ma possiamo pensare a Cristoforo Madruzzo, principe-vescovo di Trento e governatore di Milano fra il 1556 e il 1557, ciò che consente anche di precisare la data), perché proibisse ulteriore afflusso di Ebrei nella città. Lo stesso Filippo, nel 1590, decretò l'espulsione dal Ducato di Milano. Il decreto - da ottemperare nel termine di otto mesi dopo la sua promulgazione e che avrebbe dovuto colpire naturalmente anche la popolazione ebraica di Alessandria - venne posticipato fino al 1592 (e poi ancora fino al 1596) grazie ad un'ambasciata a Madrid guidata da un ebreo alessandrino, Simone Vitale Sacerdote, figlio di Vitale. Quando l'esecuzione del decreto non poté più essere posticipata e tutti gli 889 Ebrei del Ducato dovettero partire, fu concessa una proroga a due famiglie di Cremona, a due di Lodi e a due di Alessandria, fra cui quella di Simone appunto, affinché vi fosse il tempo di chiudere alcuni affari finanziari. Di fatto, la famiglia di Simone non lasciò mai la città e ben presto intorno ad essa venne costituendosi un nuovo nucleo ebraico, che alla fine del secolo successivo contava più di 200 persone. La permanenza in Alessandria, benché continua, non fu sempre serena, sin dai tempi della temperie controrifomistica del secondo Cinquecento e, soprattutto, dopo l'arrivo dei Gesuiti in città, nel 1591. Fra gli episodi più gravi si ricorda la calunnia, purtroppo consueta, di aver rapito un bambino per impastare con il suo sangue le azzime di Pesach (1594).
Il passaggio dal XVI al XVII secolo è periodo di incremento demografico per la comunità ebraica: nel 1601, come attesta il documento conservato all'Archivio di Stato di Alessandria, i Priori e i Deputati concessero ufficialmente ad una nuova famiglia, quella dei Pugliese, di risiedere in città e, stando al Foa, dal 1600 erano sotto la protezione del podestà di Alessandria anche i fratelli Isac e Giuseppe Amari (o Amar); del resto, i fratelli Amar compaiono ufficialmente nel volume dell'Archivio di Stato in un documento del 1618. Sia Clemente Pugliese sia gli Amar ricorrono più volte nei documenti degli anni successivi, a riprova del loro radicamento nel tessuto socio-economico della comunità e della città. Naturalmente, anche l'attività dei discendenti di Simone Sacerdote è documentata nelle carte: nel volume conservato all'Archivio di Stato è menzionato il figlio di Simone, Anselmo, ricordato per aver ospitato soldati di presidio alla città e per aver prestato alla città denaro senza interesse «et mobili». Nel 1614 egli aveva ottenuto dal Senato di Milano - per sé e per i dodici figli - l'esenzione dalle imposte straordinarie. Alla p. 14 sono citati anche il fratello di Anselmo, Vitale, e alcuni suoi cugini.
La posizione della comunità ebraica in Alessandria appare appieno consolidata dalla patente del 1640 con la quale erano confermati i privilegi concessi da Francesco II Sforza e da Carlo V, ottenuta da Diego Felipe de Guzmàn marchese di Leganes (governatore di Milano dal 1634, morto nel 1652) in cambio di un prestito di 5.000 scudi. Benché, con la morte di Anselmo Vitale, nel 1666, fosse cessata l'esenzione dalle tasse straordinarie di cui anche i suoi figli godevano, il diritto alla residenza, che si estendeva per altro ai coniugi anche se questi erano forestieri, non venne revocato.
Non mancano anche per il XVII secolo episodi di discriminazione nei confronti della popolazione ebraica, che culminarono nel 1684 con le istanze presentate dal cardinale Nunzio Milini, su ordine di Innocenzo XI, perché gli Ebrei di Alessandria e Lodi venissero cacciati dal Ducato di Milano. La faccenda non si risolse in breve tempo: le autorità locali, che nulla avevano a lamentare per la presenza ebraica, ma che anzi ne riconoscevano l'utilità per l'economia cittadina - come dimostra l'ampia relazione stilata all'uopo dal dottor Conti nel 1686 - rimisero il caso a Carlo II (1661-1700). Questi nel 1688 deliberò infine - assecondando i desideri delle gerarchie ecclesiastiche, pur senza accondiscendere all'espulsione - che gli Ebrei rimanessero in città, ma raccolti e confinati in un'area delimitata, per quanto non distante dal centro, obbligati a portare il segno distintivo. Testimonianza indiretta del clima ostile che si era comunque generato in questi anni è un "Editto che non si molestino gli Ebrei", del 1686, conservato nel volume dell'archivio di Stato (p. 64).
A questo periodo risale anche il primo prospetto statistico della popolazione ebraica in Alessandria, che ricaviamo sempre dal Foa: stando ai dati riportati da Pedro de Zarate y Herrera, nel 1688 risiedevano in città 231 Ebrei. Per la maggioranza essi appartenevano alle famiglie Vitale, 24 in tutto, ma sono attestate anche una famiglia Levi (quella di Aron Josuè, cfr. nota 12), quattro famiglie Pugliese, tre famiglie Amar e la famiglia di un rabbino d'origine polacca.

All'inizio del XVIII secolo, come noto, Alessandria passò ai Savoia nel contesto della guerra di successione spagnola. Conquistata la città nel 1707, Vittorio Amedeo II accordò alla comunità ebraica, in risposta ad un'istanza di conferma da essa presentata, la gran parte dei privilegi già concessi dai precedenti governanti. Nell'uniformare la condizione della comunità alessandrina a quella delle comunità insediate nelle altre città piemontesi, limitò tuttavia alcuni benefici precedentemente acquisiti: in particolare, la facoltà di rimanere in città non era più illimitata, ma da confermarsi ogni dieci anni per mezzo di apposita condotta.
Abbiamo anche notizia di alcune richieste specifiche degli ebrei del Monferrato - conquistato nel 1708 - e di Alessandria, quali quella di limitare l'obbligo della segregazione in casa cui la popolazione ebraica era sottoposta nel periodo pasquale.
Sotto i Savoia la condizione della popolazione ebraica andò complessivamente peggiorando, sia nei rapporti con le istituzioni, sia - pare - con la popolazione locale. Da Renata Segre apprendiamo, ad esempio, che nel 1719 gli Ebrei alessandrini erano stati accusati da alcuni mercanti di occupare i "sitti" migliori della città, quando pare si fossero limitati ad acquistare alcuni locali vuoti. Non solo: in città erano circolate nel 1754 satire antiebraiche, e il vescovo, Giuseppe Alfonso Miroglio, aveva chiesto la scarcerazione degli autori.
Quanto alla struttura istituzionale, Alessandria subì la sorte delle altre comunità sabaude.
Con l'annessione della città al Piemonte, l'"Università" ebraica di Alessandria era divenuta una delle tre maggiori, insieme a Torino e Casale: la sua popolazione, che andò aumentando sino a che divenne, a fine secolo, la più numerosa del regno, viveva per lo più in condizioni di povertà. Eccezione facevano i Vitale, abbienti banchieri radicati da sempre nel tessuto cittadino: A. Milano definisce efficacemente il ghetto, fondato nel 1729, «quasi un feudo dei Vitale». Del resto, già nel 1761 abitavano in Alessandria 36 famiglie con questo cognome, contro le 28 con altri (cfr. oltre). Stando a S. Foa, che riporta alcuni dati statistici - purtroppo, di nuovo, senza indicare la fonte -, un primo aumento della comunità si ebbe tra il 1726 e la metà del secolo: la comunità alessandrina, che nel 1726 contava circa 200 persone, arrivò presto alle 300 anime, soprattutto in ragione della concentrazione nel ghetto di Ebrei prima residenti nel circondario della città. Un ulteriore ampliamento è attestato nel censimento già citato, che Carlo Emanuele III aveva avviato nel 1761: la popolazione ebraica di Alessandria - questa volta beneficiando anche di un'immigrazione da altri Stati - aveva raggiunto le 64 famiglie per un totale di 420 persone. Foa riproduce il dettaglio di questo censimento, da cui rileviamo molti nuovi cognomi, a testimonianza appunto della presenza di Ebrei "forestieri": De Angeli, Debenedetti, Della Torre, Montel, Pavia e Salom.
L'aumento della popolazione aveva richiesto l'ampliamento e il restauro della sinagoga, cui Carlo Emanuele non si era opposto: l'inaugurazione si celebrò nel 1764.

La Rivoluzione Francese portò con sé, come noto, un miglioramento politico e sociale per le comunità ebraiche del Piemonte. Tuttavia, la guerra causò anche grandi difficoltà agli ebrei alessandrini, come a tutta la popolazione: Foa riferisce di una contribuzione speciale cui dovette sottoporsi l'Università israelitica di Alessandria alla fine del 1700. E, di nuovo, sotto il governo napoleonico, che pure portò all'abrogazione di molte leggi discriminatorie, gli Ebrei alessandrini dovettero sborsare nel 1803 un contributo speciale di 50.000 lire.
Sotto il profilo geografico-istituzionale, Napoleone I divise gli Ebrei piemontesi in due dipartimenti, ciascuno retto da un "Concistoro" composto di tre laici e due rabbini: l'Università israelitica di Alessandria fu annessa al Concistoro del Monferrato, insieme alle comunità di Casale, Vercelli, Torino, Biella, Ivrea, Moncalvo, Asti, Nizza Monferrato, e Acqui; rabbino capo del Concistoro fu dal 1812 l'alessandrino Moise Zecut Levi Deveali. Gli Ebrei di Alessandria vennero confermati nei loro diritti commerciali; un prospetto statistico risalente al 1806 testimonia la presenza di 92 famiglie per un totale di 550 persone, delle quali il documento registra anche le relazioni familiari e la professione. Fra gli Ebrei alessandrini si contano nove notabili del Concistoro di Casale.

Con la Restaurazione (1814) gli Ebrei di Alessandria, al pari degli altri Ebrei piemontesi, dovettero tornare nel ghetto, furono espulsi dalle scuole pubbliche, dovettero liquidare le proprietà immobiliari; inoltre, fu loro proibito di costruire nuove sinagoghe e di tenere domestici cristiani. Fino al noto Statuto Albertino del 1848 gli unici passi avanti fatti dal governo sabaudo in merito all'integrazione e al conferimento di diritti alla popolazione ebraica furono l'abolizione definitiva del segno distintivo e la facoltà per i notabili delle famiglie ebraiche più ricche e in vista di acquisire titoli nobiliari.
Con lo Statuto, che finalmente prevedeva anche l'accesso degli Ebrei all'esercito e alle cariche pubbliche, iniziarono a comparire nomi di Ebrei alessandrini, oltre che nella milizia e nella politica, anche in posizioni prominenti del commercio e dell'industria: Perosino (p. 30) cita ad esempio i consiglieri provinciali Giuseppe Vitale (1895) e Giuseppe Montel (1891-1898) e il presidente della commissione esecutiva dell'Esposizione artistica agricola industriale della Provincia di Alessandria (1870), cavaliere Bonaiut Vitale.
Pochi anni dopo l'Emancipazione le comunità piemontesi si trovarono a dover deliberare in merito ad una questione politico-istituzionale delicata e importante, ovvero l'organizzazione dei loro rapporti reciproci. Contro la tendenza sostenuta dal noto rabbino torinese Lelio Cantoni, il quale auspicava ad una dipendenza di Alessandria da Torino, sembrò dapprima prevalere, con la promulgazione della cosiddetta "legge Rattazzi" del 1857 , un orientamento "autonomista". Tuttavia, ben presto anche alcune comunità minori sembrarono costatare l'opportunità di una strutturazione sovracomunitaria che ne coordinasse l'attività e lo sviluppo: alle idee di una vera e propria dipendenza e, viceversa, di una completa autonomia rispetto alla comunità centrale, si venne nel tempo sostituendo quella del "Consorzio" (antenato dell'Unione delle Comunità Israelitiche - poi Ebraiche - Italiane); l'opzione del Consorzio fu sostenuta fra gli altri anche da un consigliere della comunità alessandrina, Donato Ottolenghi, il quale tuttavia risultò essere in minoranza all'interno del consiglio della comunità.

Lo studio di Foa si ferma alla seconda metà del XIX secolo, e anche quello di Perosino, che pure prosegue fino alla Seconda Guerra mondiale, non tratta il periodo, che dovette essere nodale, della fine dell'Ottocento e del primo decennio del XX secolo.

Assodata la presenza di Ebrei alessandrini sul fronte della Prima Guerra mondiale, nel corso degli anni Venti e soprattutto nei Trenta del Novecento vediamo il progressivo affermarsi dei provvedimenti antisemiti promulgati dal regime fascista, che toccarono - come noto - tutti gli ambiti, da quello del commercio a quello dell'impiego negli enti pubblici.
Sul sorgere del fascismo, sul tempo delle persecuzioni razziali e della deportazione degli Ebrei di Alessandria esiste un'unica pubblicazione monografica, curata da Aldo Perosino: ad essa rimandiamo. E', tuttavia, necessario ricordare in questa sede almeno due importanti momenti della storia ebraica piemontese e alessandrina sotto il Fascismo e durante la guerra.
In primo luogo, l'emanazione della nota legge Falco (R.D. n. 1731 dell'ottobre 1930) per la comunità alessandrina il provvedimento determinò un cambiamento essenziale a livello funzionale e istituzionale: ad essa vennero infatti subordinate le comunità di Asti e Acqui. Asti, che era più numerosa e importante, tentò di riacquisire la sua autonomia nel 1935 in occasione dell'istituzione della Provincia astigiana; nonostante il sostegno del locale podestà, il Ministero degli Interni respinse l'istanza nel 1936. Con Asti e Acqui la comunità di Alessandria ereditava anche l'amministrazione delle opere pie ebraiche delle due località; ciò non significò una cessazione totale dell'attività autonoma e, dunque, della produzione documentaria delle due comunità minori o delle opere pie.

In secondo luogo, si ricorda la distruzione e il saccheggio della sinagoga e dei locali attigui che vennero perpetrati nel dicembre 1943, come rappresaglia per l'uccisione di un gerarca fascista (attribuibile, pare, ai gruppi d'azione patriottica). Perosino al riguardo sostiene che «l'archivio, la biblioteca, i documenti, tutto andò perduto»; le carte del fondo versate all'Archivio Terracini e inventariate nel 2005 e nel 2009, testimoniano, viceversa, la sopravvivenza di almeno una parte dell'archivio.

Per l'epoca che va dal secondo Dopoguerra alla fine del secolo, l'attività della comunità, prima autonoma, poi sezione di quella torinese, è testimoniata ampiamente nella documentazione versata in due tranches all'Archivio Terracini e descritta, in parte, nell'inventario del 2005 e, in parte, di seguito.

Si menziona qui soltanto il momento dell'assorbimento in Torino, ufficialmente sancito nel 1985, dopo un processo durato alcuni anni, e realizzato all'inizio del 1986. La storia della comunità alessandrina e degli enti da essa dipendenti non cessò e l'attività del delegato ed ex presidente, Silvio Norzi, è ancora documentata in varie carte successive al 1986.

Le notizie sopra riportate sono state tratte dalle introduzioni all'inventario redatto nel 2005 da Rosaria Mancino.


Condizione giuridica:
enti di culto
pubblico (sec. XIX - 1985)

Tipologia del soggetto produttore:
ente pubblico territoriale (1857 - 1930)
ente e associazione di culto acattolico (1930 - )


Soggetti produttori:

Collegati:
Comunità ebraica di Torino, 1985 -
Comunità ebraica di Torino. Sezione di Acqui Terme, 1930 - 1985
Comunità ebraica di Torino. Sezione di Alessandria, 1985 -
Comunità ebraica di Torino. Sezione di Asti, 1930 - 1985
Università generale del Monferrato, 1806 - 1814


Profili istituzionali collegati:
Comunità ebraica, sec. XI -

Complessi archivistici prodotti:
Comunità israelitica di Alessandria (fondo)
Comunità israelitica di Alessandria (complesso di fondi / superfondo)
Comunità israelitica di Alessandria (Versamento I) (fondo)
Comunità israelitica di Alessandria (Versamento II) (complesso di fondi / superfondo)
Sezione di Acqui Terme (sub-fondo / sezione)
Sezione di Asti (sub-fondo / sezione)


Bibliografia:
Dazzetti Stefania, L'autonomia delle Comunità ebraiche italiane nel Novecento, Torino, Giappichelli, 2008
Sacerdoti Annie, Piemonte. Itinerari ebraici: i luoghi, la storia, l'arte, a cura di Annie Sacerdoti e Annamarcella Tedeschi Falco, Venezia, Marsilio; Torino, Regione Piemonte, 1994
Sacerdoti Annie, Guida all'Italia ebraica, Genova, Casa editrice Marietti presso Sagep Spa di Genova, 1986, 47-49
Loewenthal E., Per una storia degli ebrei in Piemonte: bibliografia, in "Studi Piemontesi", novembre 1986, pp. 487-493

Redazione e revisione:
Artom Antonella, 2011/07/02, prima redazione
Caffaratto Daniela, 2015/02/24, supervisione della scheda


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