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Università israelitica di Saluzzo

Sede: Saluzzo (Cuneo)
Date di esistenza: 1480 - 1931, estremo remoto dato dalla prima attestazione documentaria accertata

Intestazioni:
Università israelitica di Saluzzo, Saluzzo (Cuneo), 1480 - 1931, SIUSA

Altre denominazioni:
Comunità israelitica di Saluzzo, 1930 - 1931
Comunità israelitica di Torino. Sezione di Saluzzo, 1931 - 1989
Comunità ebraica di Torino. Sezione di Saluzzo, dal 1989

La prima notizia documentata sulla residenza degli ebrei nel saluzzese risale alla fine del 1400: nel 1480 infatti il Marchese di Saluzzo, Ludovico II, prima concesse agli ebrei, forse originari della Provenza, di insediarsi nella zona di Piasco dietro esborso di 100 fiorini, ma pochi anni dopo, nel 1484, ne decretò l'espulsione. Questo fu l'inizio di una politica che alternava momenti di accoglienza ad altri di vessazione nei confronti del gruppo ebraico, a seconda della congiuntura economica che i marchesi di Saluzzo, come tutti i governanti del tempo, si trovavano di volta in volta ad affrontare.
All'inizio del '500, dopo l'espulsione degli Ebrei dalla Spagna avvenuta nel 1492 e nel momento di massima potenza del Marchesato la popolazione ebraica, cui ora andavano ad aggiungersi gli esuli dalla penisola iberica, crebbe nel territorio fino ad arrivare ad un centinaio di persone, distribuite tra Saluzzo ed i comuni intorno.
Nel 1588 erano in esercizio complessivamente 16 banchi di pegno, di cui 4 a Saluzzo, 2 a Carmagnola, e gli altri in località minori quali Venasca, Verzuolo, Piasco. A partire dal 1601, con il trattato di Lione che sancisce il passaggio del Marchesato sotto il dominio dei Savoia, la storia degli ebrei saluzzesi si riconduce alle vicende degli ebrei abitanti in tutti i territori governati da questi ultimi. Ad essi nel 1589 il Duca Carlo Emanuele I di Savoia aveva confermato i diritti di residenza già loro riconosciuti.
Nel 1724 gli ebrei di Saluzzo si costituirono in Comunità religiosa [con sede in via degli israeliti, poi vicolo Venezia, poi chiassetto Venezia, ora via Deportati Ebrei], e nel settembre dello stesso anno furono rinchiusi in un ghetto al pari di tutti i loro correligionari piemontesi. Gli ebrei nel ghetto erano obbligati ad indossare un bracciale giallo, ed era loro vietato iscriversi a scuole ed Università, entrare nell'esercito e nella magistratura, disporre di servitori non ebrei, avere onori funebri. Il provvedimento del ghetto fu rinnovato nel 1795, ed è precisamente il recinto di cui rimangono le tracce (cardini della porta), nei cortili chiusi intorno alla stretta via che allora si chiamava Chiassetto Venezia, e che ora è dedicata ai Deportati Ebrei. Elemento degno di nota è il fatto che, contrariamente all'abitudine di segregare gli Ebrei a distanza dai luoghi di culto cristiani, il Ghetto di Saluzzo era ubicato a pochi passi dal Duomo.
[L'Università israelitica non ebbe mai un proprio Statuto; fu disciplinata dalla Legge organica e regolamento per l'amministrazione e contabilità delle Università Israelitiche del Piemonte emanata il 4 luglio 1857. Con la Legge Rattazzi del 1857 fu una Associazione. fu amministrata da un Consiglio di Amministrazione:
- 1 Presidente,
- 1 Rabbino,
- 3 Consiglieri (in carica per tre anni),
- 1 Tesoriere,
- 1 Segretario.
Ogni anno avveniva il rinnovo ordinario di un terzo del Consiglio. Per i rinunciatari si eseguiva la surrogazione. Il Consiglio d'Amministrazione era composto in rapporto con il numero delle anime esistenti nella Comunità (art. 9 della Legge organica).
L'ambito terriotoriale fu locale (Città di Saluzzo e dintorni: Barge, Busca, Cavour, Moretta, Revello, Racconigi, Villafranca)].

Gli Istituti pii esistenti nell'Università israelitica di Saluzzo erano di due tipi:
1. "Eretti col concorso e bene placito dei vari consigli d'amministrazione susseguiti nell'Università e che costituivano il maggior numero";
2. "Eretti dalla volontà degli oblatori i quali, valendosi della facoltà loro concessa (dalla Legge Rattazzi - 1857), credettero di non poter meglio usare del diritto di associazione se non adottandolo in modo di potere, col concorso di volontarie offerte e regolari quote, fornire in casi speciali alla classe indigente un qualche mezzo per sollevare il loro animo e mitigare le loro sofferenze".
Appartenevano al primo tipo:
- Confraternita di Beneficenza detta "Ghemilud Cassadim",
- Confraternita di Beneficenza detta "Tiffered Bachurim",
- Confraternita di Beneficenza detta "Iher Betachenessed",
- Cassa dei sussidi ai Poveri Orientali,
- Cassa per le oblazioni a favore dell'Asilo Infantile,
- Cassa per i soccorsi invernali ai poveri,
- Coro religioso.
Apparteneva al secondo tipo la Confraternita delle Donne (pio istituto privato, Società delle donne israelite, con Regolamento 25 gennaio 1859, disciolta nel 1888).
Tutte queste istituzioni - meno la Cassa destinata a raccogliere le offerte per i poveri orientali, la quale era posta sotto la salvaguardia dell'Amministrazione - "venivano rette da speciali amministratori con o senza norme regolamentarie, ma furono tutte create per servire a scopo di culto o/e beneficenza e destinate a supplire a quei mezzi ai quali la legge, per la limitazione fatta ai consigli nelle categorie del bilancio, non permetteva più di provvedere". Infatti la Legge del 4 luglio 1857 sulle Università Israelitiche fissò gli attributi dei rispettivi consigli d'amministrazione, affidando ai medesimi l'incarico di vigilare le istituzioni di beneficenza e di altra natura fondate a beneficio delle Università e di amministrarle allorquando non fossero state provviste di speciali amministratori.
La Legge sull'ordinamento dei Comuni prescrive, all'art. 79, che anche gli Stabilimenti di Carità e di Beneficenza rette da leggi speciali dovessero essere soggetti alla sorveglianza del Consiglio Comunale il quale poteva sempre esaminare l'andamento e vederne i conti.
All'Amministrazione dell'Università Israelitica di Saluzzo (all'epoca formata dal presidente Marco Anselmo Segre; dai consiglieri Iacob Salvador Segre, Zaccaria Lattes, con l'assistenza del segretario Moise Segre) nella seduta del 12 ottobre 1861 in Saluzzo, nella sala del consiglio, non rimase che deliberare la formazione di un apposito scaffale per il regolare collocamento delle carte riflettenti i diversi Istituti di Beneficenza locali. Da allora, questi Enti avrebbero trasmesso regolarmente dalle proprie direzioni all'ufficio d'amministrazione, dove già esistevano gli archivi dell'Università, copie dei regolamenti direttivi degli Istituti stessi e di ogni altro loro atto riflettente la gestione economica ed amministrativa. In questo modo l'Università Israelitica poteva accertarsi della regolarità delle loro disposizioni e mantenere con detti Istituti quei rapporti necessari a renderli proficui all'Università per la quale vennero creati ed accertarsi altresì che i medesimi non deviassero dallo scopo primitivo delle istituzioni stesse.
"Nell'Università Israelitica esisteva l'Istituzione che creava atti riguardanti essenzialmente l'esercizio del culto ed emanati dal potere del Rabbino, il quale, essendo sottoposto, come qualsiasi altro impiegato, ad essere congedato, poteva darsi il caso che l'Università stessa fosse privata delle cose che erano affidate al medesimo, nonché delle sue disposizioni sulle liturgiche preghiere rimanendo con ciò senza norme direttive nelle ufficiature pubbliche". Per questo motivo, sempre nella seduta del 12 ottobre 1861, si deliberò la destinazione di uno speciale scompartimento nel nuovo archivio, impiantato per gli Istituti dell'Università, per la sistemazione degli atti trasmessi dal Rabbino. Tale documentazione è consultabile sotto la materia "Culto e cimiteri" dell'inventario del 2002.
Dopo queste disposizioni, si dovette procedere anche all'inventariazione dei nuovi documenti che affluivano all'ufficio amministrativo insieme con quelli già esistenti e di cui si era iniziato il lavoro di registrazione dal 1 agosto 1961.
Tale "Inventario Generale degli Archivi esistenti nella Sala d'Amministrazione" e iniziato in quell'anno, a partire dal 1861 con aggiornamento sino al 1868, è ancora consultabile. Rimane un mezzo essenziale per la comprensione del vincolo esistente fra i documenti e fra i diversi Enti produttori.

Nell'anno 1795 nove persone s'accordarono per fondare la Confraternita del Talmud Torà (lett. "Studio della Legge"), retta da uno statuto, con lo scopo di leggere quotidianamente, nelle ore serali, opere teologiche e morali. Successivamente fu aggiunto allo statuto il principio per cui i membri della Confraternita si impegnavano ad una sovvenzione per le ragazze in condizioni economiche disagiate che si sposavano e si obbligavano a vicendevole assistenza in caso di grave malattia.
Nel 1802 sorse poi un altro ente con il nome di "Confraternita di Ghemilut Chassadim" (lett. "Opere di Misericordia") il cui scopo principale furono la beneficenza e la carità. Ogni individuo maschio della Comunità poteva farne parte e tutti i membri di essa, ricchi e poveri, dovevano recare ogni conforto ai confratelli in caso di malattia o disgrazia, prestare assistenza continua ai moribondi e gli estremi uffici ai defunti. Il 27 febbraio 1820, sotto la presidenza del Rabbino Aron Lattes, i capi famiglia deliberarono di unire le due Confraternite di Studio e di Misericordia.

L'attuale sinagoga [Tempio israelitico o Sacro oratorio] fu inaugurata e consacrata il 10 aprile 1834 (ristrutturata nel 1832 su quello preesistente nel sec. XVIII). Lo ricorda la lapide sul fondo, a destra:
"Benefattori del popolo santo e sopra di loro il signor Mordechai Segre, degno di onore, edificarono la casa nel primo mese dell'anno 5594 (corrispondente al settembre-ottobre 1833 o al marzo-aprile 1834 a seconda dell'interpretazione del testo ebraico) - Inaugurarono e consacrarono".
Quando con lo Statuto di Carlo Alberto, nel 1848, furono concessi i diritti civili e politici alle minoranze religiose, anche gli ebrei di Saluzzo divennero cittadini liberi ed uguali.
Lo ricorda la lapide in ebraico sulla parete di fondo, in centro:
"Il Re Carlo Alberto ed i Legislatori degli Stati Piemontesi nell'anno 1848 hanno proclamato la libertà ai figli di Israele residenti nel regno".
La cifra 1848 non appare esplicitamente. Secondo un criterio tradizionale per cui ad ogni lettera dell'alfabeto ebraico viene attribuito un valore numerico, essa deriva da una lettura crittografica dei termini Peamim Rabot Iatzilem, che significano letteralmente "Molte volte Iddio li salvò" e sono tratti a loro volta dal Salmo 106, v. 43.
L'espressione "hanno proclamato libertà" (in ebraico "karù dror"), è prelevata esattamente dai termini che si ritrovano nel testo biblico a proposito dell'istituzione del Giubileo e della liberazione degli schiavi (Lev. 25,10; Ger. 34,8): a tal punto gli ebrei intuivano che si trattava di una svolta fondamentale della loro storia e volevano registrare nel modo più solenne e sacro la liberazione dall'emarginazione e dall'umiliazione che li avevano oppressi per secoli. Nello stesso tempo la dedica a re Carlo Alberto testimonia quanto fosse profondo anche a Saluzzo il legame e l'affetto che nella seconda metà dell''800 univa la popolazione ebraica alla casa Savoia che aveva dato loro la libertà.
La Sinagoga di Saluzzo rimase in disuso dal 1964 e reinaugurato il 20 maggio 2001

La popolazione ebraica era cresciuta a costituire una minoranza importante della cittadinanza: 90 persone a metà del '700, 210 nell'era napoleonica, 320 all'atto del censimento del 1861. Importanti rabbini esercitarono il loro magistero a Saluzzo nel 1800:
- Marco Tedeschi (prima di Saluzzo tenne la cattedra a Nizza Monferrato, poi fu rabbino ad Asti e infine a Trieste, che allora era la seconda comunità ebraica dell'Impero Austriaco per importanza dopo Vienna), tradusse dal francese "Le preghiere di un cuore israelita", libro molto diffuso fino ai primi del 1900, e fu autore di alcune poesie;
- Beniamino Artom, nominato Rabbino della Comunità di Saluzzo a 24 anni nel 1859, passato intorno al 1866 a dirigere la prestigiosa comunità sefardita di Londra;
- E. D. Bachi, collaboratore assiduo del quindicinale di cultura ebraica "Il Vessillo Israelitico".

Gli Ebrei di Saluzzo divenuti liberi, dopo l'abolizione del ghetto e la conseguita uguaglianza giuridica, si distinsero nelle professioni, nel commercio, nella cultura e nell'esercito.
- Isacco Segre, nato a Saluzzo nel 1834, da umili condizioni riuscì a laurearsi in medicina e ad entrare nell'esercito: combatté per le guerre di indipendenza e unità di Italia nel 1860, 1861 e 1866, operò come colonnello medico nelle epidemie di colera scoppiate in Sicilia nel 1867-1868, scrisse relazioni e libri di igiene e di chirurgia di guerra;
- Giacomo Segre, nato a Saluzzo nel 1839, entrò nell'esercito come ufficiale di artiglieria, raggiungendo il grado di colonnello. Il 20 settembre 1870 comandò la batteria che svolse un compito preminente nell'apertura della breccia di Porta Pia e per tale azione fu decorato con la medaglia d'argento. Tra i figli, Ippolito cadde sul Carso durante la prima guerra mondiale e Roberto divenne Generale di Artiglieria;
- David Segre, nato a Saluzzo nel 1840, studiò legge e scelse la carriera diplomatica: fu console in Turchia, Egitto, Inghilterra, Perù e Messico;
- Corrado Segre, nato a Saluzzo nel 1863, divenne professore all'Università di Torino nel 1888. E' considerato uno dei fondatori della scuola geometrica italiana per i suoi studi di geometria iperspaziale, algebrica e differenziale.

Nel 1900 la già piccola comunità diminuì significativamente la sua consistenza, a fronte dei trasferimenti verso Torino e altre grandi città, e dell'assimilazione, fino ad essere poi assorbita sul piano amministrativo, nel 1931, dalla Comunità ebraica di Torino. Nel racconto "Il mio ghetto", Sion Segre Amar, rievoca come appariva ai suoi occhi di bimbo, all'inizio del secolo, il vecchio ghetto, abitato a quell'epoca ancora da ebrei: "Un ammasso di mattoni di quel rosso tutto suo che soltanto l'antica cottura al sole impartisce, ben sposato con il verde della circostante campagna una casa lunga e stretta, divisa in tre parti, ognuna con un suo cortile, il primo guardava verso i monti, e aveva accesso alla strada del Duomo e della piazza antica del mercato, il secondo era intercluso, il terzo confinava a sud con la campagna. Quando papà era nato, il portone del primo cortile non si sprangava più al tramonto come era stato obbligatorio fino a vent'anni prima [1848], e il muro del terzo cortile era stato abbattuto e sostituito con una cancellata che serviva ora soltanto a impedire che entrassero i ladri. Attraverso quella cancellata, si dischiudeva la vista del mondo". Il racconto va avanti con il ricordo di quella giornata in visita a Saluzzo, che appariva, agli occhi del bimbo, una città favolosa e termina con "chiesi perché eravamo venuti a stare a Torino quando Saluzzo era così bella e tutti volevano bene agli ebrei". Ma sono parole queste, "tutti volevano bene agli ebrei", che assumono un triste sarcasmo per chi conosce quanto avverrà negli anni seguenti: le pagine successive descrivono solo denunce, fughe, arresti e deportazioni. Anche a Saluzzo come in tutta Italia, le leggi razziali provocarono licenziamenti di impiegati e professori, il ritiro delle licenze per i commercianti, l'emigrazione per alcuni, difficoltà, paura ed emarginazione per tutti.

Con R.D. 24 settembre 1931, X anno dell'E. F., n. 1279 (pubblicato sulla G.U. del 27 ottobre 1931) divenne, con tutte le sue Istituzioni, una Sezione della Comunità Ebraica di Torino.

Al censimento del 1939, che fece seguito all'introduzione delle leggi razziali, erano presenti a Saluzzo 45 ebrei. Nel periodo che intercorre tra il 1939 ed il 1943 il numero degli ebrei a Saluzzo aumentò considerevolmente, a causa degli sfollati dalle grandi città che, colpite dai bombardamenti, sembravano meno sicure della piccola cittadina. Nel 1942 a Saluzzo arrivarono 21 profughi ebrei stranieri, internati civili di guerra, prevalentemente di origine jugoslava, ma anche austriaci e polacchi. Durante il periodo di domicilio coatto nacque a Saluzzo da una coppia di sfollati una bambina. Essi raccontarono quanto stava succedendo nei loro paesi occupati dai nazisti, senza essere creduti. Al settembre del 1943 a Saluzzo tra membri stabili della Comunità, sfollati ed internati in domicilio coatto, vivevano 99 ebrei.
I primi a fuggire, al profilarsi dell'occupazione nazista subito dopo l'8 settembre furono gli internati slavi, polacchi, ed austriaci. La maggior parte riuscì a dirigersi verso sud, presso gli alleati, da cui poi alcuni raggiunsero la Palestina. Gli altri cercano di nascondersi: l'ospedale, qualche cascinale in campagna, i conventi, l'ospedale, e la casa di riposo Tapparelli, la montagna, le città.
Tra il dicembre 1943 e l'aprile 1944, 29 Ebrei furono catturati dalle forze di polizia italiane o dai nazisti, vennero incarcerati, trasferiti nei campi di raccolta di Borgo San Dalmazzo e Fossoli, deportati ad Auschwitz, uccisi nelle camere a gas, bruciati i loro corpi.
Ritornarono i pochi ebrei che erano riusciti a salvarsi, grazie all'aiuto della popolazione delle vallate, dei sacerdoti, degli uomini della Resistenza. E le poche famiglie che costituivano oramai il minuscolo gruppo ebraico, si ritrovarono e cercarono di riprendere, come poterono, le tradizioni. L'anziana figlia dell'ultimo rabbino, Elisa Levi, licenziata dalla fabbrica dove era impiegata a causa delle leggi razziali, sopravvissuta durante l'occupazione nazista grazie alla protezione dei montanari della valle Varaita, costituì del piccolo gruppo la guida e la maestra di religione fino alla sua scomparsa.
Ricordiamo ancora un atto di antisemitismo, avvenuto nel 1973, quando oramai a Saluzzo gli ebrei erano ridotti ad una sola famiglia: alcuni vandali entrarono una notte nel Cimitero Ebraico, scavalcando il muro di cinta, e 15 lapidi furono divelte e spezzate. Allora la città di Saluzzo volle dimostrare in modo caloroso e concreto la solidarietà alla minoranza ebraica, con la ricostruzione delle lapidi distrutte e con una solenne cerimonia pubblica. La lapide dettata dall'Amministrazione comunale è là, sul muro del Cimitero, a pochi metri da quella che ricorda i 29 ebrei uccisi ad Auschwitz, ad affermare "il definitivo rifiuto al ritorno di barbari tempi che ogni fede accomuna" [Il testo completo dell'iscrizione è: "La città di Saluzzo / nel solco della tradizione di sua antica civiltà / volle ricostruire / con spontaneo generoso gesto / le lapidi infrante / da mano sacrilega ignara del definitivo rifiuto / al ritorno di barbari tempi / che ogni fede accomuna / Saluzzo 1 marzo 1973"].

Fino alla metà degli anni '60, il piccolo gruppo degli ebrei saluzzesi, con la collaborazione dei parenti e degli amici provenienti da altre Comunità, costituivano ancora un numero sufficiente per aprire questa la Sinagoga almeno nella ricorrenza di Kippùr, il digiuno dell'Espiazione che costituisce la festa ebraica più solenne; da allora la sala di preghiera è stata utilizzata saltuariamente per funzioni religiose allorché giungevano a Saluzzo gruppi di ebrei, in visita da altre Comunità italiane, o turisti dall'estero. Più frequentemente è stata invece occasione di incontro con i giovani e le scuole impegnate a studiare la cultura e la storia delle minoranze religiose.


GLI AFFRESCHI RISCOPERTI NELLA SINAGOGA DI SALUZZO
(dall'articolo di Alberto M. Somekh pubblicato sulla Guida alle ufficiature per l'anno ebraico 5762, 2001-2002, Comunità Ebraica di Torino).

La Tenda della Radunanza
Colui che ha affrescato la volta della Sinagoga di Saluzzo, ha inteso ricreare nella Sinagoga stessa e nel suo ambiente quello del Tempio di Gerusalemme. Gli oranti che vi fanno ingresso si trovano immediatamente proiettati, grazie agli affreschi sulla volta, in ambiente ormai senza tempo, l'ambiente dell'antico Santuario. Ed in effetti, al di sopra dell'Aron haKodesh, sistemato lungo la parete orientale rivolta verso Gerusalemme e contenente i rotoli della Torah, noi troviamo una raffigurazione dell'Ohel Mo'ed, la Tenda della Radunanza nella quale appunto era custodita l'Arca con le Tavole della Legge.

La verga di Aaron e i "vessilli del deserto"
La Tenda della Radunanza è a sua volta sovrastata dalla corona che rappresenta la Torah, la corona della Legge. Due lance ne attraversano il tetto e, in base alle scritte ebraiche che nell'affresco le accompagnano, sono identificabili come la verga di Mosè e quella di Aaron. La verga di Aaron si distingue dall'altra per il fatto di essere fiorita ad una delle estremità, come si narra nel capitolo 16 dei Numeri. In seguito alla rivolta di Korach contro l'autorità di Mosè e Aaron, i rappresentanti delle Tribù furono invitati a fornire la loro verga al Tabernacolo e, miracolosamente, la verga di Aaron produsse un mandorlo a segno della conferma dell'incarico di origine divina che Aaron aveva ricevuto. Insieme alle verghe, rappresentate come lance, ai lati della Tenda della Radunanza troviamo i degalim, i quattro stendardi di cui si parla nei Numeri a proposito della disposizione delle dodici tribù nell'accampamento dei figli di Israele nel deserto. Le dodici tribù erano disposte a tre a tre intorno ai quattro vessilli e, in effetti, ciascuno di essi porta nella nappa i nomi in ebraico delle tre tribù corrispondenti: al centro dell'accampamento era appunto collocato l'Ohel Mo'ed, la Tenda della Radunanza.

Il Cielo e la Terra
Sopra la corona della Torah, dall'Ohel Mo'ed una catena va a raggiungere due sporgenze rocciose ai lati. Forse simboleggia l'affermazione talmudica secondo cui se non ci fosse stata la Torah, rappresentata nella fattispecie dalla Tenda della Radunanza, non ci sarebbe stato sostegno alla Creazione del Cielo e della Terra, che parrebbe rappresentato dalle catene. A loro volta, dei due pilastri rocciosi quello di sinistra (nord) potrebbe fare pensare ad una rappresentazione allegorica della Terra, mentre quello di destra (sud), accompagnato da una larga fascia dipinta in azzurro, sembrerebbe una rappresentazione allegorica del Cielo.

I "pani della rappresentanza" e la Menorah
Nella parte nord, come nel Santuario, è ancora raffigurato il tavolo con i dodici "pani della rappresentanza" (Lechem haPanim). Questi dodici pani simboleggerebbero le offerte materiali delle dodici tribù al Santuario che i sacerdoti avevano cura di sostituire ogni sabato a testimonianza del fatto che la ricchezza materiale è un dono Divino. Nella corrispondente zona del lato Sud si trova invece la Menorah, il candelabro a sette braccia che, a sua volta, simboleggia la ricchezza spirituale del popolo di Israele, la luce che illumina il cammino, e, quindi, in pratica, di nuovo, la Torah stessa. Accanto alla Menorah non stupisce così di trovare una rappresentazione del Monte Sinai avvolto nelle nubi con un corno di montone che è immaginato suonare, esattamente come si racconta nel capitolo 19 dell'Esodo, nel momento in cui furono dati i Dieci Comandamenti.

L'Altare dell'Incenso
Nella parte della volta che sovrasta l'ingresso della Sinagoga troviamo ancora l'altare dell'incenso aromatico che è raffigurato, appunto, sprigionarsi sotto forma di fumo dalla superficie superiore dell'altare stesso. L'altare è, naturalmente, raffigurato tra le pertiche, quelle pertiche che accompagnavano questo come altri arredi e non potevano mai essere rimosse: a simboleggiare il fatto che la Torah deve essere mantenuta in posizione perennemente portatile, per essere in grado di trasferirla in qualsiasi luogo in qualsiasi momento. Intorno alla volta si trova, a caratteri cubitali, in ebraico, il versetto del profeta Abacuc: "Il Signore è nel Suo Santo Padiglione, tutta la terra si ferma al Suo cospetto". Evidentemente, il versetto intende ripercorrere, in qualche modo, l'intero affresco che rappresenta appunto il Hekhal, il Padiglione di D.
Nella superficie interna delle ante del primo Aron haKodesh di Saluzzo, oggi conservato a Gerusalemme, si trovano dipinti i quattro elementi essenziali dell'affresco della volta e cioè il monte Sinai con l'Arca delle Tavole, la Menorah, il Tavolo con i "Pani della Rappresentanza" e l'Altare con l'incenso aromatico. Questo conferma evidentemente che doveva esserci un progetto coordinato per riannodare nello stesso ambiente simbolico la Sinagoga con l'arca dei Sefarim aperta nel momento in cui, durante la funzione pubblica, i Sefarim erano estratti per essere letti.


ISCRIZIONI IN EBRAICO SULLA CORNICE IN ALTO:

Parete sud (a destra, guardando l'Aron):
da Numeri, XXIV, 5 (dalla benedizione di Balam)
"Quanto sono belle le tue tende, o Giacobbe! Le tue dimore, o Israele".

Parete est (dietro l'Aron):
da Salmo CXXII, 1:
"Io mi rallegro quando mi si dice: "Andiamo nella casa del Signore".

Parete nord (a sinistra, guardando l'Aron):
da Abacuc II, 20:
"e il Signore alberga nella Sua santa dimora: che tutta la terra faccia silenzio al suo cospetto".


ISCRIZIONI IN EBRAICO SULLA PARETE OVEST (DI FONDO):

1 Lapide (a sinistra):
"Tutta la Comunità e il loro capo il signore Isacco Segre, degno di onore, consacrarono la casa nel mese sesto dell'anno 1870 (questa casa sarà eccelsa)".
Calcolo dell'anno:
habait: 417 (he: 5, bet: 2; yod: 10; taw: 400);
azé: 17 (he: 5; zayin: 7; he: 5);
iié: 30 (yod: 10; he: 5; yod: 10; he: 5);
'elion 166 ('ain: 70, lamed: 30; yod: 10; waw: 6; nun: 50).
In totale dunque 417 + 20 + 30 + 166 = 630, che corrisponde all'anno ebraico 5630, corrispondente all'anno civile 1870.

2 Lapide (in centro):
"Il Re Carlo Alberto ed i Legislatori degli Stati Piemontesi nell'anno 1848 hanno proclamato la libertà ai figli di Israele residenti nel regno".
La cifra 1848 deriva dalla somma del valore numerico delle parole ebraiche, Peamim Rabot Jazilem, che tradotte in italiano significano "Molte volte Iddio li salvò".
Più precisamente:
Peamim Rabot:
Peamim: 240 (pe: 80, 'ayin: 70, mem: 40; yod: 10, mem: 40);
Rabot: 608 (resh: 200, bet: 2; waw: 6; taw: 400)
Jazilèm: 180 (yod: 10, tzade: 90, yod: 10; lamed: 30; mem: 40).
Il valore numerico della sola parola centrale, Rabot, vale 608, che sta per la data ebraica 5608, corrispondente all'anno civile 1848.
Oppure si può considerare la somma della prima parola (Peamim) e della seconda (Rabot), equivalenti rispettivamente a 240 e 608, ottenendo dunque il valore 848 (che sta per 1848).
L'espressione "Molte volte Iddio li salvò " è tratta dai Salmi (Salmo 106, v. 43). e segue il verso che dice "I loro nemici li oppressero ed essi rimasero sottomessi sotto di loro".
Il Salmo prosegue poi con: "Il Signore vide la loro angustia, ascoltando la loro preghiera, e ricordò a loro favore il Suo patto e recedette dalla Sua ira con la Sua grande bontà, e fece sì che coloro che li avevano preso prigionieri avessero pietà di loro".
Per quanto riguarda l'espressione "Proclamarono la libertà", è da confrontare con Levitico XXV, 10: "voi santificherete questo cinquantesimo anno, proclamando, nel paese, la libertà, per tutti quelli che l'abitano: quest'anno sarà per voi il Giubileo ."

3 Lapide (a destra):
"I benefattori del popolo santo e sopra di loro il signor Mordechai Segre, degno di onore, edificarono la casa nel primo mese dell'anno Taw Tzade Dalet Kof - Inaugurarono e consacrarono".
Calcolo dell'anno:
Taw: 400, Tzade: 90; Dalet: 4; Qof: 100: totale 594, cioè 5594.
Il primo mese dell'anno ebraico 5594 corrisponde dunque, a seconda delle interpretazioni, a settembre-ottobre 1833 o a marzo-aprile 1834.
Le quattro lettere rimandano all'insegnamento di Isaia "sarai giusto".

Lapide sulla parete laterale sinistra:
La lapide ricorda l'offerta di Abramo Segre per 4500 litri (misura di moneta) per Ghemilut Hasadim (opere di misericordia):
"Abramo Segre umile e modesto, con il sudore del suo volto mangiava il suo pane (cfr. Gen. 3,19), alla fine dei suoi giorni si ricordò dei poveri del suo popolo e 4.500 litrin alla Confraternita di Misericordia".

[cfr. Segre, Vittorio, Cenni storici sulla comunità israelitica di Saluzzo, in Rassegna Mensile di Israeli, 37, agosto 1971 con aggiornamenti del figlio Giuseppe Segre]


Condizione giuridica:
enti di culto (1724 - sec. XIX)
pubblico (sec. XIX - 1931)

Tipologia del soggetto produttore:
ente pubblico territoriale (1857 - 1930)
ente e associazione di culto acattolico (1930 - 1931)


Soggetti produttori:

Collegati:
Comunità ebraica di Torino, 1931 -
Comunità ebraica di Torino. Sezione di Saluzzo, 1931 -


Profili istituzionali collegati:
Comunità ebraica, sec. XI -

Per saperne di più:
Dal sito della rivista ebraica "Ha keillah" per presenza ebraica in Saluzzo

Complessi archivistici prodotti:
Asilo infantile israelitico di Saluzzo (fondo)
Confraternita israelitica di Pietà e Beneficenza di Saluzzo (fondo)
Università israelitica di Saluzzo (fondo)
Università israelitica di Saluzzo (complesso di fondi / superfondo)


Bibliografia:
Muncinelli Adriana, Even. Pietruzza della memoria. Ebrei 1938 - 1945, Edizioni Grippo Abele, 2006.
Utile la consultazione per l'applicazione delle leggi razziali nella provincia di Cuneo.
Sacerdoti Annie, Piemonte. Itinerari ebraici: i luoghi, la storia, l'arte, a cura di Annie Sacerdoti e Annamarcella Tedeschi Falco, Venezia, Marsilio; Torino, Regione Piemonte, 1994
The Jews in Piedmont / edited with introduction and notes by Renata Segre, Jerusalem, The Israel Academy of Sciences and Humanities, Tel Aviv university, Jerusalem, 1986-1990, 3 voll.
Dazzetti Stefania, L'autonomia delle Comunità ebraiche italiane nel Novecento, Torino, Giappichelli, 2008
Sacerdoti Annie, Guida all'Italia ebraica, Genova, Casa editrice Marietti presso Sagep Spa di Genova, 1986, pp. 39-40
Milano Attilio, Storia degli Ebrei in Italia, Torino, Einaudi, 1963 e 1992

Redazione e revisione:
Artom Antonella, 2011/08/02, prima redazione
Caffaratto Daniela, 2015/06/21, supervisione della scheda


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