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Comunità ebraica di Venezia

Sede: Venezia
Date di esistenza: 1989 -

Intestazioni:
Comunità ebraica di Venezia, Venezia, 1989 -, SIUSA
Comunità israelitica di Venezia, Venezia, 1930 - 1989, SIUSA
Fraterna generale di culto e beneficenza degli Israeliti di Venezia, Venezia, 1806 - 1930, SIUSA
Università degli ebrei di Venezia, Venezia, secc. XVI primo quarto - XVIII fine, SIUSA

Altre denominazioni:
Comunità israelitica di Venezia, 1930 - 1989
Fraterna generale di culto e beneficenza degli Israeliti di Venezia, 1806 -1930
Università degli ebrei di Venezia, secc. XVI primo quarto - XVIII fine

Il decreto del Senato veneziano del 29 marzo 1516 sancì formalmente lo stanziamento di famiglie ebree nella città lagunare. L'insediamento ebraico nel quartiere denominato Ghetto nuovo, nell'attuale sestiere di Cannaregio, fu normato da un privilegio rinnovabile ogni dieci anni, la condotta. I primi a beneficiarne furono ebrei tedeschi, di rito ashkenazita, e italiani che costituirono la componente quasi totalitaria dell'insediamento per tutta la prima metà del XVI secolo. E' a questo periodo che risale la costruzione delle due prime sinagoghe, chiamate rispettivamente Scuola grande tedesca (1528 -1529) e Scuola Canton (1531 - 1532).
Nel 1541 un nuovo decreto del Senato autorizzò formalmente la presenza degli ebrei levantini - sudditi dell'Impero ottomano e per lo più di origine sefardita - con l'allargamento della zona residenziale all'attiguo Ghetto vecchio e la costruzione della loro sinagoga, risalente all'incirca alla metà del secolo. Infine, nel 1589, dopo una lunga contrattazione, il rilascio della condotta agli ebrei ponentini - ebrei sefarditi, originari della Penisola iberica e provenienti dall'area mediterranea e dall'Europa nord-occidentale - portò a compimento il processo di configurazione della presenza ebraica a Venezia, nei suoi caratteri organizzativi, sociali ed economici. A questo periodo risale l'edificazione delle altre due sinagoghe principali, la Scuola italiana (1575) e la Scuola spagnola (1584 circa).
A fine Cinquecento, l'Università degli ebrei era un organismo comunitario, composto dalle nazioni tedesca, levantina e ponentina. Le tre nazioni erano connotate diversamente dal punto di vista rituale, culturale e socio-economico. Mentre agli ebrei tedeschi era concessa la pratica del prestito e di commerci minori, come quello della strazzaria, i levantini e, in particolar modo, i ponentini erano mercanti con ricchi ed estesi traffici, condizione che riservò loro un trattamento privilegiato da parte della Serenissima e li rese in poco tempo la componente più influente e numericamente importante della presenza ebraica a Venezia. Fu probabilmente per effetto della loro immigrazione che nel 1630 si rese necessario un nuovo ampliamento dell'area abitativa con il Ghetto nuovissimo.
Stando agli statuti contenuti nel Libro grande dell'Università degli ebrei, la comunità era retta da un consiglio deliberativo (Wa'aadh o Vaàd qatan), costituito da sette parnassim o gastaldi, che fungeva da interlocutore con le autorità della Serenissima, e da un'assemblea generale (Qahal o Kaàl gadhol), eletta in base al censo, ovvero al pagamento di una tassa di 12 ducati.
Al di sotto di questi due organismi comunitari, si collocavano le distinte amministrazioni delle cinque scuole: il termine scuola, derivante da schòla, ovvero confraternita, designava sia le sinagoghe come luogo di preghiera che l'adunanza e coordinamento dell'apparato organizzativo della comunità che ad essa faceva capo.
L'organizzazione della scuola, com'è desumibile dai registri sopravvissuti della Scuola italiana (1644 - 1711), oggi non più in possesso della Comunità ebraica, ruotava intorno ad un'assemblea generale: requisiti fondamentali per farne parte erano la frequentazione continuativa ed esclusiva della sinagoga e il pagamento di una tassa. L'assemblea si riuniva per l'elezione degli incaricati, per decisioni inerenti alla sinagoga e alla comunità e, ogni dieci anni, per riformularne lo statuto. I tre parnassim, eletti annualmente, avevano mansioni direttive e amministrative, con particolare attenzione alla riscossione e alla gestione della tassa e delle offerte. Erano affiancati da due segretari (gabbaim) che si avvicendavano di sei mesi in sei mesi nell'arco dell'anno di carica, dal preposto all'olio per l'illuminazione della sinagoga, da quello alle offerte per gli ebrei di Palestina e da un tesoriere (ghisbar), custode della cassa (scrigno). Le due principali cariche retribuite erano quella di ufficiante (hazan), che aveva anche il compito dell'istruzione morale e religiosa, e del custode della sinagoga (sciammasc). Il rabbino non era considerato un "funzionario" della sinagoga: si trattava di una carica onoraria, non stipendiata, la cui autorità andò erodendosi a causa del rigido controllo della struttura comunitaria centrale.
Alle scuole faceva capo, infine, una fitta rete di compagnie o fraterne, denominate dal secolo XVIII anche sovvegni, con scopi assistenziali e devozionali, sempre in rapporto di subordinazione all'ente principale.
L'Università non aveva potere politico né esecutivo, la sua autonomia era rigidamente delimitata dai termini stabiliti dalle condotte, rinnovate ogni decennio, e sottostava al controllo delle magistrature veneziane: in particolare agli Ufficiali al Cattaver spettava la giurisdizione sul Ghetto nuovo, mentre quella sul Ghetto vecchio era demandata ai Cinque savi alla mercanzia. Avevano competenze sul ghetto, in materia di prestito e di questioni finanziarie, anche i Sopraconsoli ai mercanti, la Quarantia criminal e, dal XVIII secolo, gli Inquisitori sopra l'Università degli ebrei.
Nelle sue linee generali, quest'assetto restò immutato sino alla caduta della Serenissima. Nel corso del Settecento, l'Università, colpita da una grave crisi finanziaria, perse gradualmente la sua importanza nel contesto socio-economico veneziano e vide sfumare le differenze esistenti tra le tre nazioni.
La Municipalità provvisoria, che portò all'abbattimento delle porte del Ghetto, e gli avvicendamenti istituzionali che seguirono per circa un ventennio aprirono la strada verso l'emancipazione degli ebrei sul piano giuridico; percorso lineare solo in apparenza, che si rivelò lento e graduale e caratterizzato da una forte differenziazione tra le poche famiglie di possidenti (famiglie de su) e la restante parte della popolazione ebraica veneziana, ascrivibile per lo più a una media e piccola borghesia (famiglie de zo).
Sul piano istituzionale, l'esito di questa stagione di cambiamenti fu la riorganizzazione comunitaria nella denominata Fraterna generale di culto e beneficenza degli israeliti, il cui assetto, determinato dal regolamento del 1828 e riveduto da quello del 1887, restò pressoché immutato per tutto l'Ottocento. Appartenevano alla Fraterna le famiglie dei contribuenti, ovvero di coloro che pagavano regolarmente la tassa del culto. L'ente aveva competenze relative alla conservazione del culto tradizionale - gestione delle spese e istruzione religiosa, alla beneficenza e all'assistenza dei ceti ebraici disagiati.
L'elettorato attivo maschile veniva convocato annualmente in un Capitolo generale; ogni tre anni effettuava l'elezione degli organi di presidenza, denominati Riunite sezioni della Fraterna. Le sezioni si articolavano in: presidenza, composta dal presidente e dai due vice; la direzione per la beneficenza, composta di quattro membri che gestivano la tassa del culto e il bilancio; la direzione della scuola religioso-morale maschile (scuola del Talmud Torah), di tre membri; la direzione della Casa d'industria israelitica, sempre di tre membri; il delegato alle scuole femminili; quattro aggiunti.
Il rabbino capo aveva mansioni inerenti all'ufficiatura e all'istruzione, non aveva voce in questioni di carattere amministrativo, salvo il voto consultivo in materia di beneficenza.
All'inizio dell'Ottocento, facevano capo alla Fraterna generale le cinque scuole principali - le sinagoghe tedesca, Canton, italiana, levantina e spagnola, ciascuna con un proprio capitolo per l'amministrazione delle spese della liturgia e funzionanti per tutto il secolo. Si affiancavano ad esse tre oratori, Meshullamim, Luzzatto e Vivante, che però esaurirono ben presto i loro compiti. Già nel corso del secolo, segno del costante declino del culto nelle sinagoghe veneziane, si prospettò l'unificazione delle liturgie sefardita, ashkenazita e italiana, e nella prima metà del Novecento i luoghi di ufficiatura, denominati allora templi, si ridussero dapprima a tre - le sinagoghe spagnola, levantina e Canton - e infine a uno soltanto (1925).
Come in passato, a questa complessa struttura facevano capo istituti con finalità assistenziali, devozionali e di beneficenza, per lo più dipendenti dalla Fraterna, retaggio della tradizione d'Età monderna e destinati ad una graduale estinzione nel corso dell'Ottocento.
Sebbene raggiunsero il numero di ventidue nella seconda metà dell'Ottocento, cinque furono le opere pie che esercitarono con continuità: la Casa d'industria israelitica, poi denominata Casa di riposo, fondata nel 1844 e amministrata all'omonima direzione della Fraterna generale; il Pio stabilimento Hanau, istituto di beneficenza che sussidiava gli ammalati e erogava contributi spese per l'istruzione e l'avviamento al lavoro, sorto nel 1838 e diretto dal presidente delle Riunite sezioni e dal rabbino; la Fraterna di misericordia e pietà, fondata nel 1830, dipendente dalla Fraterna generale, nonostante avesse un proprio direttivo di nove membri, e preposta all'assistenza medica e ospedaliera degli iscritti e alla gestione cimiteriale; le due pie fondazioni Enrichetta Consolo-Treves e Enrichetta Treves-Treves.
Dalla fine del secolo vennero nascendo, infine, associazioni che promuovevano la sociabilità e l'acculturazione ebraica, quali il Gruppo sionistico, l'associazione Cuore e concordia, il Circolo di Coltura ebraico (dal 1927 denominato Convegno di studi ebraici), la sezione veneziana dell'Associazione delle donne ebree d'Italia.
Agli inizi del Novecento, a partire dai cambiamenti innescati dalla nascita, nel 1911, del Comitato delle Università israelitiche unite, divenuto poi Consorzio delle Comunità israelitiche, venne avviato il processo di riforma della natura giuridica e dei rapporti delle comunità ebraiche italiane con lo Stato che portò ad un ordinamento unitario, entrato in vigore con il R.D. 1730 del 31 ottobre 1930. La legge Falco, così chiamata, uniformò le neonate comunità israelitiche al rango di enti pubblici; allargò i consigli di amministrazione a sei membri, ne aumentò i poteri direttivi, ma ne diminuì la rappresentatività. Dagli anni trenta la Comunità israelitica fu sottoposta al controllo di un commissario governativo.
Con l'entrata in vigore delle Leggi razziali e l'allontanamento di insegnanti e studenti ebrei dalle scuole pubbliche, la Comunità israelitica si fece carico dell'istituzione dell'intero ciclo di studi, comprensivo dell'asilo infantile, che già esisteva come giardino d'infanzia, delle scuole elementari e medie e del liceo scientifico.
La situazione precipitò nell'autunno del 1943, con l'occupazione tedesca e la nascita della Repubblica sociale italiana. Le attività della Comunità furono sospese, in molti cercarono rifugio all'estero, vennero deportati 246 ebrei. Il Ghetto venne sottoposto al controllo di un sequestratario che vigilò contro abusi ed espropri.
Nella primavera del 1945 la Comunità si ricompattò sotto la guida del presidente Vittorio Fano, affiancato dal rabbino capo Elio Toaff, e gradualmente riprese ad esercitare le proprie mansioni. Nella seconda metà degli anni quaranta, grande impegno fu dedicato nei rapporti intercomunitari, nelle attività di ricerca dei reduci dei campi, di supporto alle famiglie e di commemorazione delle vittime. Negli anni cinquanta venne istituito il Museo ebraico, poi intitolato alla memoria di Fano, nato inizialmente come mostra temporanea, divenuta stabile dalla fine degli anni settanta.
Nel corso della seconda metà del Novecento, l'assetto giuridico delle comunità israelitiche stabilito nel 1930 subì alcune modifiche, circa la definizione dell'elettorato e con la caduta di alcune norme restrittive per le adunanze e le ufficiature. Bisogna giungere però al 1989 per vedere ratificata nella legge 101 il testo dell'Intesa tra la Repubblica Italiana e l'Unione delle Comunità Israelitiche Italiane.


Condizione giuridica:
enti di culto

Tipologia del soggetto produttore:
ente e associazione di culto acattolico


Soggetti produttori:

Subordinati:
Biblioteca archivio Renato Maestro di Venezia, 1981 -
Fraterna israelitica di misericordia e pietà di Venezia
Fraterna maritar donzelle della Nazion tedesca di Venezia
Fraterna mattutina di Venezia
Fraterna vespertina di Venezia
Fraterna vestir poveri di Venezia
Istituzione israelitica per le circoncisioni e le puerpere di Venezia
Kaàl Kadosc Talmud Torah di Venezia
Scuola Canton di Venezia
Scuola italiana di Venezia
Scuola levantina di Venezia
Scuola spagnola di Venezia
Sovvegni riuniti spagnolo e tedesco di Venezia
Sovvegno aiutar fratelli della nazione ponentina di Venezia
Sovvegno tedesco di Venezia
Università degli ebrei levantini viandanti di Venezia


Profili istituzionali collegati:
Comunità ebraica, sec. XI -

Complessi archivistici prodotti:
Comunità ebraica di Venezia (fondo)
Comunità ebraica di Venezia. Archivio fotografico (collezione / raccolta)
Comunità ebraica di Venezia. Documenti di dubbia attribuzione (collezione / raccolta)
Comunità ebraica di Venezia. Provenienze diverse (collezione / raccolta)


Bibliografia:
A. OTTOLENGHI, Per il IV centenario della Scuola Canton. Notizie storiche sui templi veneziani di rito tedesco e su alcuni templi privati con cenni della vita ebraica nei secoli XVI - XIX, Venezia, Tipografia del Gazzettino Illustrato, 1932, pp. 10 - 13.
C. ROTH, Gli ebrei in Venezia, Roma, Paolo Cremonese editore, 1933., 120 - 187, 381 - 423
U. FORTIS, Il Ghetto sulla laguna. Guida storico - artistica al Ghetto di Venezia. (1516 - 1797), Venezia, 1987, pp. 46 - 47.
B. RAVID, The Religious, Economic and Social Background and Context of the Estabilishment of the Ghetti of Venice, in Gli Ebrei e Venezia secoli XIV - XVIII. Atti del convegno internazionale organizzato dall'Istituto di storia della società e dello stato veneziano della Fondazione Giorgio Cini, Venezia 5 - 10 giugno 1983, Milano, Edizioni di Comunità, 1987, pp. 218 - 225.
M. BERENGO, Gli ebrei veneziani alla fine del settecento, in Italia Judaica. Atti del III convegno internazionale, Tel Aviv 15 - 20 giugno 1986, Roma, Ufficio centrale per i beni archivistici, 1989, pp. 9 - 12.
S. LEVIS SULLAM, Una comunità immaginata. Gli ebrei a Venezia (1900 - 1938), Milano, Edizioni Unicopli, 2001.
G. LUZZATTO VOGHERA, Gli ebrei, in Storia di Venezia. L'Ottocento e il Novecento, a cura di M. ISNENGHI e S. J. WOOLF, 1, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2002, pp. 619 - 648.

Redazione e revisione:
Ruspio Federica, 2014/01/16, rielaborazione
Vilia Antonia, 2012/02/15, prima redazione
Volpato Maria, 2012/06/15, revisione


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