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Consorzio di bonifica (Emilia Romagna), sec. XVI -

Il consorzio di bonifica è un organismo che ha radici antiche nella storia emiliano-romagnola e, più in generale, in quella della valle padana. Gran parte delle superfici agricole del territorio basso-padano e veneto ricadono oggi, in un certo senso, sotto la tutela di organismi consortili per quanto riguarda la gestione dei sistemi di scolo delle acque superflue e/o di distribuzione di acque irrigue agli agricoltori. Le ragioni di questa diffusa presenza, nel tempo e nello spazio, di istituzioni giuridiche che coinvolgono proprietari e agricoltori sono facilmente spiegabili solo che si pensi alla condizione dei luoghi ereditata dai secoli dell'alto medioevo, dopo la disarticolazione dell'assetto territoriale che i romani avevano imposto alle terre della Gallia Cisalpina e alla regione anticamente occupata dai Veneti.
La pianura attraversata dal fiume Po è la sola grande pianura alluvionale della Penisola ed è oggi diventata anche la parte di territorio ove si concentra una porzione considerevole di tutta la produzione lorda vendibile dell'agricoltura italiana. Tuttavia, questo ruolo di supremazia in campo agricolo della valle del Po non si può dire fosse legato alla felicità dello stato "naturale" delle sue terre. Fanno infatti da corona alle terre più basse che fiancheggiano il corso del fiume vastissimi depositi di ghiaie e morene che, in assenza di interventi dell'uomo, i primi calori estivi inaridivano e rendevano sterili, al più utilizzabili come magri pascoli per capre. Appena sotto di loro, nella pianura mediana, l'acqua risorgiva riaffiorava in superficie formando fontanili, stagni ed acquitrini, dai quali uscivano corsi d'acqua in perenne ricerca di un recapito nelle depressioni della pianura più bassa. Ma qui era proprio il frequente divagare dei fiumi e dei torrenti, alle prese con pendenze irrilevanti del suolo, che creava le condizioni per il ristagno delle acque provenienti dai terreni più elevati. Ogni corso d'acqua, specie quelli che scendevano lungo la sponda destra dell'alveo padano, ricchi di materiali di erosione, creava le proprie gronde naturali depositando ai suoi lati sabbie e limi strappati alle pendici dell'Appennino. Nel territorio emiliano e romagnolo lunghi dossi e paleoalvei fluviali, emergenti talora di molti decimetri nelle plaghe più depresse, precludevano così il cammino alle acque «alte» verso il Po, loro recapito naturale. Molti tra i fiumi emiliani più importanti, come mostrò con i suoi studi Elia Lombardini nel XIX secolo, avevano finito per spostare, innaturalmente, il loro alveo verso occidente costretti a migrare dalle loro stesse deposizioni. Le depressioni così intercluse non riuscivano a scaricare la grande massa d'acqua che ristagnava sugli strati impermeabili e argillosi della bassa pianura. La naturale ricchezza di biomassa delle zone umide si accumulava inoltre al di sopra di questi strati argillo-limosi formando grandi depositi di torbe, vere isole vegetali galleggianti che si gonfiavano nella stagione piovosa, ma capaci di costiparsi e sprofondare nelle stagioni più secche. Le periodiche piene del fiume Po e quelle degli affluenti privi di esito sicuro (Enza, Crostolo, Secchia, Reno, Sillaro, Senio, Santerno, ecc.) si espandevano dentro queste naturali casse di espansione (la mitica grande Padusa) colmandole poco a poco e creando nuove condizioni, via via diverse, per l'accumulo dell'acqua in zone rimaste più depresse.
In questo scenario dominato dall'acqua, là dove cominciava la bassa pianura le sole forze della famiglia contadina e dei piccoli e medi proprietari si rivelavano insufficienti per lavori di regolamentazione e difesa dalle acque che scendevano dai terreni superiori. Ancora più arduo, in assenza di sicuri recapiti per le acque alte e di risorgiva, era l'avvio di opere di prosciugamento, drenaggio e messa coltura delle terre più basse a scala di singole famiglie o di piccoli gruppi di coltivatori.
Vi era inoltre una naturale servitù, che tutti gli ordinamenti giuridici dall'età comunale in avanti non potevano disconoscere, e cioè che le terre più basse dovessero ricevere o consentire il transito delle acque superiori. Qualunque iniziativa di bonifica e regolazione delle masse idriche non poteva prescindere da questo principio basilare, che l'acqua stessa si incaricava di far rispettare ad ogni piena di fiume o dopo precipitazioni atmosferiche intense che il suolo non era capace di assorbire.
Queste elementari considerazioni suggeriscono un corollario che possiamo senz'altro considerare come il presupposto comune dell'esperienza storica, in qualche caso plurisecolare, dei consorzi idraulici e di bonifica dell'Emilia-Romagna, del Veneto e di alcune provincie lombarde. Sono le acque e la grande complessità del regime idraulico dei territori di bassa pianura della Valle padana a creare tra gli uomini una forzata solidarietà. Lo scolo di grandi masse d'acqua e la bonifica di territori di ampiezza crescente esigono l'accordo e la cooperazione di tutti coloro che sulla terra e sulle acque vantano diritti. Del pari, il lavoro contadino, da individuale e familiare, si deve trasformare sempre più in lavoro collettivo ed organizzato, in modo tale da concentrare l'energia umana ed animale disponibile su obiettivi preventivamente pianificati nei tempi e nelle modalità.
Tutta la bassa pianura, a chi ben sa osservare, è attraversata da un'unica forma di rilievo, quello degli argini. Sono arginati, in primo luogo, tutti i corsi d'acqua che si inoltrano nella pianura bassa convogliando acque superiori: fiumi, torrenti, rii e canali emissari di fontanili. Sono munite di argini anche tutte le depressioni più profonde dove possono accumularsi acque piovane o risorgive, o che fungono da recapito di torrenti disalveati e incapaci di raggiungere il massimo fiume. Si tratta di migliaia di chilometri di argini in terra, scavata ed accumulata nel tempo dal lavoro coordinato di centinaia e migliaia di uomini, organizzati in squadre e sorvegliati da tecnici. Il costo ingente della costruzione delle arginature andava a gravare, oltre che sui contadini, sulle comunità e sui proprietari interessati. Questi ultimi hanno dovuto sopportare il costo di opere, anche gigantesche, come l'edificazione di argini o l'escavazione di canali collettori di scolo (e talvolta d'irrigazione), proprio per effetto della forzosa solidarietà creata dall'acqua e dalla bonifica non solo tra proprietari di un determinato comprensorio, ma anche tra proprietari delle terre alte e quelli delle terre basse, tra cittadini e contadini di una stessa comunità minacciata dalle acque.
Nelle terre basse, piccole e grandi arginature servono a racchiudere i terreni da prosciugare per proteggerli dall'intrusione delle acque provenienti dai terreni superiori. Serragli e Prese sono i nomi che incontriamo comunemente per definire i primi piccoli comprensori soggetti a bonifica, al cui interno tutti i proprietari terrieri sono uniti dal vincolo consortile.
Alla base di queste forzate o volontarie unioni di consortes per realizzare opere di comune beneficio troviamo di regola un altro principio fondante: ciascuno pagherà e contribuirà all'opera in proporzione all'utilità effettivamente percepita dai suoi terreni dalla sua realizzazione. Discende da questo semplice dato, che trova conferma nel funzionamento dei più antichi consorzi di scolo e bonifica tra proprietari sorti nella regione emiliano-romagnola, che l'azione di bonifica può collocarsi in diversi gradi del rapporto tra pubblico e privato. Alcune opere (arginature maestre dei fiumi, grandi canali collettori) finiscono presto per assumere una valenza tanto generale da rientrare nel vasto campo delle opere pubbliche e nella competenza statale o comunitativa. I loro oneri sono ripartiti sulla base di criteri generali di fiscalità: terratici, campatici, riparti, ecc. sono le forme con cui il costo viene ripartito tra i proprietari terrieri, mentre i contadini, i coloni e i giornalieri devono contribuire di regola con giornate lavorative gratuite alle opere che vanno a beneficio della collettività. Altri lavori rientrano invece in una sfera di azione squisitamente privata ed esigono il previo consenso dei detentori della maggior parte dei terreni da migliorare o da prosciugare con la bonifica e le opere di scolo.
Non sempre il consenso di tutti i proprietari interessati è facilmente conseguibile. Nei secoli dell'età moderna ancora troppo vasta è l'area del privilegio di ceto o dell'esenzione di cui godono nobili ed ecclesiastici, i quali riescono a sottrarsi alla contribuzione e dunque alla solidarietà imposta dal comune nemico, l'acqua. Ma anche, viceversa, l'impresa di bonifica parte talora per un progetto speculativo di qualche potente o dello stesso principe, il quale scarica in tal modo su piccoli e medi proprietari, i cui terreni vengono ricompresi nel perimetro bonificando, parte di lavori di impianto e di successiva manutenzione delle opere eseguite. Le carte dei consorzi più antichi della regione emiliano-romagnola riflettono largamente i conflitti di interesse tra coloro che promossero la bonifica e coloro che, volenti o nolenti, trovarono tutti o parte dei propri terreni situati all'interno di un circondario di bonifica. La mente corre subito alle storie plurisecolari del Consorzio della Grande Bonificazione ferrarese e del Consorzio della Bonificazione Bentivoglio nella bassa reggiana, entrambe realizzate in epoca estense (XVI secolo). I contrasti economici fra i bonificatori e le comunità locali che sfruttavano in collettivo le risorse delle grandi paludi hanno lasciato ampie testimonianze di sé sia negli archivi comunali, sia in quelli dei consorzi di bonifica.
Potremmo concludere in proposito, in accordo con la definizione che della bonifica ci diede Arrigo Serpieri, che essa finiva inevitabilmente per modificare il regime fondiario e gli assetti della proprietà. Il risanamento idraulico e agrario dei suoli paludosi e vallivi comportava lo spostamento a vantaggio del bonificatore dei rapporti di proprietà e dei sistemi di conduzione della terra. Per ricompensarsi degli investimenti effettuati l'impresario bonificatore privato chiedeva in cambio ai proprietari bonificati denaro o terra. Nel secondo caso, il patrimonio terriero così acquisito poteva essere rivenduto a condizioni di favore ad altri soggetti. Sulle terre prosciugate e messe a coltura, inoltre, ben difficilmente il bonificatore avrebbe accettato di dividere il prodotto a metà con un colono mezzadro. Più congeniale al recupero degli ingenti investimenti era infatti la conduzione in economia con salariati fissi (boari, castaldi) e con mano d'opera avventizia (braccianti, pigionanti, ecc.).
Pochi anni di vita ebbe la drastica riorganizzazione dei consorzi di bonifica emiliani e romagnoli prodottasi negli anni napoleonici. La costituzione dei dipartimenti sul modello francese, che aveva preso a riferimento la maglia idrografica (Basso Po, Rubicone, Reno, Crostolo, ecc.) aveva delegato l'attività di manutenzione delle opere di bonifica ricadenti in ciascun dipartimento alle Società degli Interessati di ciascun bacino di scolo. La legge 20 aprile 1804 forse nell'intento di sottrarre, quanto più possibile, alla sfera pubblicistica i compiti essenziali della bonifica, aveva stabilito infatti all'articolo 25 che «in ciascun circondario evvi una speciale delegazione composta di possidenti nel medesimo». Il successivo Regolamento per le Società degli interessati negli scoli o bonificazioni , emanato nel 1806 precisava che tutti i fondi accomunati dal beneficio di uno scolo andavano a formare un comprensorio e che tutti i possessori dei fondi situati nel comprensorio avrebbero formato una Società.
Il ritorno dei sovrani restaurati dopo la bufera napoleonica, col ripristino dei vecchi confini e delle vecchie giurisdizioni amministrative, comportò una nuova riorganizzazione della vita amministrativa dei consorzi. Nei territori pontifici, al cui interno operavano le più antiche organizzazioni consortili, la materia venne disciplinata col motu proprio di Pio VII del 23 ottobre 1817. Questa volta la tendenza era di ampliare e accorpare la scala territoriale degli interventi di bonifica e dunque anche quella dei relativi consorzi di proprietari. Nel ferrarese venivano così costituite due grandi circoscrizioni idrauliche (I° e II° circondario scoli) al cui interno operavano sotto la forma di Assunterie precedenti organizzazioni consortili. In Romagna operavano invece alcuni consorzi di scolo istituiti dallo stesso motu proprio del 1817 (Consorzi Zaniolo, Buonacquisto, Canal Vela, Fosso Vecchio).
All'indomani dell'Unità, l'attività di bonifica venne relegata dai nuovi governi della Destra tra i compiti di esclusiva pertinenza privata, coerentemente con le concezioni liberiste dei protagonisti del Risorgimento. La legge sui lavori pubblici del 20 marzo 1865 dedicava ben poco spazio all'argomento, rinviando ad apposita legislazione da emanare, mentre il contemporaneo codice civile disciplinava la materia dei consorzi con cinque articoli che di fatto ribadivano il carattere volontario degli stessi, con l'obbligatorietà delle deliberazioni della maggioranza anche per la minoranza dissenziente. Per maggioranza si intendeva naturalmente, allora come in passato, la maggiore entità degli interessi coinvolti. Solo nel caso venisse messa in pericolo la difesa e la conservazione di diritti comuni il consorzio poteva essere costituito dall'autorità giudiziaria su richiesta della maggioranza degli interessati. La costituzione coattiva di un consorzio di bonifica restava dunque l'arma con cui i più grandi proprietari di terreni da bonificare o da irrigare potevano coinvolgere nelle opere di bonifica e nella loro manutenzione la massa dei piccoli possessori le cui forze economiche non erano in grado di sostenere singolarmente i gravosi oneri della trasformazione fondiaria. Si spiega in tal modo anche la relativa facilità con cui le prime società di bonifica, nel 1872-74, riuscirono ad acquistare in pochi mesi migliaia di ettari da proprietari terrieri del ferrarese, poco propensi a sostenere ingenti spese di impianto delle bonifiche e per i conseguenti oneri di manutenzione. Sempre nel 1865 veniva data alle stampe dal marchese Raffele Pareto la relazione al ministro di agricoltura, industria e commercio Sulle bonificazioni, risaje ed irrigazioni del Regno d'Italia, dalle cui pagine emergeva un paese nel quale centinaia di migliaia di ettari erano ancora preda del disordine idraulico, della malaria, dello spopolamento causato dalla insostenibilità delle condizioni igieniche ed idraulico-agrarie dei suoli. La relazione di Pareto non poteva che sottolineare la sua stridente contraddizione con lo scarso interesse che i legislatori della Destra avevano mostrato per il tema del riscatto agricolo di una parte consistente del patrimonio terriero nazionale.
La prima vera legge sulle bonifiche sarebbe giunta solo più tardi, nel 1882, mentre l'Italia sprofondava nella lunga crisi agraria e i bassi prezzi dei cereali mettevano in difficoltà economiche proprio le prime grandi opere di prosciugamento intraprese da capitale privato nella zona deltizia del Po. La legge varata dal ministro Alfredo Baccarini il 25 giugno 1882, n. 869 rappresentava un svolta nell'idea stessa di bonifica, classificando in due principali categorie le opere di bonifica e riconoscendo a quelle di prima categoria il carattere di opere a carattere eminentemente pubblico, e da eseguirsi perciò per intervento dello stato, col concorso degli enti pubblici territoriali interessati e in minima misura dai proprietari (1/4). Questi ultimi avrebbero invece ricevuto in consegna le opere per provvedere alla loro manutenzione. Diversamente dalle bonifiche di seconda categoria, i consorzi dei proprietari erano perciò solo di contribuenza e manutenzione, mentre per le bonifiche meno importanti le forme consortili erano diverse: consorzi volontari; consorzi obbligatori qualora ciò venisse richiesto dalla maggioranza degli interessati, da Comuni e Province e dallo stato ai fini di un generale miglioramento igienico o agrario; consorzi autorizzati.
Il carattere pubblicistico delle opere di prima categoria veniva dunque pienamente allo scoperto, attribuendo direttamente allo stato il compito di realizzarle. A ulteriore conferma, si stabiliva il principio che i contributi di bonifica potevano essere riscossi con lo stesso regime di privilegio previsto per l'imposta fondiaria.
La successiva legge 4 luglio 1886 riconosceva la possibilità per i consorzi di proprietari già costituiti di divenire concessionari per l'esecuzione delle opere di prima categoria. Lo stesso diritto veniva però riconosciute anche alle società private allo scopo costituite. Non era tanto la reintroduzione di un principio privatistico negato dalla legge Baccarini, quanto, piuttosto, un venire incontro alle grandi società di bonifica (Società per la bonifica dei terreni ferraresi, Società Valle Volta, Società Val Gallare) in grave dissesto finanziario, consentendo ad esse di scaricare sullo stato e sugli enti pubblici una parte degli investimenti anticipati e di completare le opere intraprese, dichiarate di prima categoria. Con le leggi successive in materia di bonifica il concetto pubblicistico delle opere fu rafforzato con la costituzione di consorzi obbligatori per tutte le opere di prima categoria e con la precisazione che il contributo di bonifica doveva costituire per tutti i terreni un onere reale.
Con l'ingresso nel secolo XX la legislazione italiana sulla bonifica e sui consorzi dovette disciplinare con ripetuti successivi aggiustamenti una realtà associativa ormai molto articolata: consorzi idraulici e irrigui, consorzi di manutenzione, consorzi di esecuzione e contribuenza, consorzi volontari e obbligatori, ecc. Nel primo decennio del secolo tutta la bassa pianura emiliano-veneta era stata oggetto di progetti importanti di bonifica e di sistemazione idraulica dei suoli, promossi e realizzati sia dallo stato, sia dai proprietari interessati. Le carte della maggior parte degli archivi dei consorzi emiliani ci rendono proprio per questo periodo e per gli anni del primo dopoguerra la testimonianza del loro sorgere, costituirsi o riorganizzarsi. Da ricordare, tra i tanti, il Consorzio interprovinciale per la bonifica di Burana, costituito per legge nel 1892; il Consorzio di bonifica della bassa pianura ravennate, costituito nel 1903; il Consorzio della Bonifica Renana, del 1909, che riuniva i 5 circondari di scolo alla destra del Reno; il Consorzio della Bonificazione Parmigiana Moglia, costituito come consorzio di I categoria nel 1912.
La gestione della bonifica, man mano che le opere e i progetti assumevano dimensioni sempre più vaste, non poteva che coinvolgere a scala sempre più ampia problemi di gestione integrata del territorio. Il concetto di bonifica integrale, elaborato già sul piano teorico negli anni del primo dopoguerra, imponeva una visione non esclusivamente idraulica e non esclusivamente agraria delle opere di trasformazione fondiaria. La necessità di unire e coordinare gli sforzi dello stato e dei privati in tema di intervento idraulico-agrario e sociale nelle terre paludose dominate dal latifondo spingeva alla fusione e unificazione di numerosi piccoli consorzi idraulici e di scolo in entità giuridicamente e tecnicamente meglio attrezzate per affrontare i complessi problemi di gestione delle acque, dei piani di bonifica e colonizzazione, di uso plurimo delle acque, di rinnovo e manutenzione del capitale fisso creato nei secoli dall'attività di bonifica.
La legge Serpieri del 13 febbraio 1933 giunse infine a completare sul piano normativo una serie di successivi provvedimenti per le aree italiane passibili di bonifica e di miglioramento fondiario. Essa definiva soprattutto il quadro generale entro cui la complessa realtà associativa e tutta l'attività di bonifica dovevano inserirsi. Se osserviamo le date di nascita di numerosissime entità consortili dell'Emilia-Romagna, non possiamo non notare che buona parte di esse si riferiscono a periodi successivi al 1933. Alcuni tradizionali consorzi di scolo e di irrigazione, inoltre, si riorganizzarono e si riclassificarono in virtù dei nuovi orientamenti espressi dalla legge Serpieri. Anche al di là della tradizionale bonifica idraulica, nuove istituzioni consortili nacquero nei comprensori di trasformazione fondiaria e in quelli di bonifica montana, questi ultimi unificati dal concetto di bonifica integrale contenuto nella legge. La bonifica integrale altro non era, nella concezione del Serpieri, che il risultato finale delle bonifiche e dei miglioramenti fondiari. Le prime da attuare sulla base di un piano generale applicato ad una unità territoriale, il comprensorio, allo scopo di modificarne radicalmente l'orientamento produttivo e l'ordinamento fondiario; i secondi come opere private di perfezionamento dell'esistente orientamento produttivo.
Sulla base questi presupposti giuridico-istituzionali, in alcuni decenni l'intera superficie agraria e forestale della regione Emilia-Romagna finì per ricadere sotto una rete di consorzi di bonifica. Prendeva corpo, innestandosi su secolari esperienze di gestione collettiva dei fenomeni idraulici, una generalizzata istituzionalizzazione dell'attività bonificatoria, creatrice di volontarie o forzose solidarietà tra decine di migliaia di proprietari terrieri. Dal latifondo capitalistico delle zone del delta padano alla piccola proprietà della montagna, era stata creata attraverso la bonifica integrale una fitta maglia di poteri di controllo idraulico ed agrario del territorio regionale. All'interno dei consorzi si sedimentavano e si confrontavano gli inevitabili contrasti di interesse, ma anche importanti saperi tecnici ed amministrativi, capacità progettuali e gestionali. Sempre più stretti si facevano così i rapporti tra gli uomini ed i problemi agrario-ambientali del loro comprensorio.
La bonifica costringeva, in definitiva, tutti i proprietari terrieri a pensare in collettivo e non solo nell'interesse privato. Attraverso l'istituto della concessione essa spingeva a realizzare finalità pubbliche di governo delle acque, di risanamento igienico e di trasformazione fondiaria, pur nel quadro del perseguimento di uno scopo privatistico. In questo senso, e proprio per la fondamentale funzione pubblica da essi svolta, i consorzi hanno saputo sopravvivere e rinnovarsi, assumendo via via consapevolezza sempre più ampia del loro ruolo nella gestione del territorio. Il sistema italiano della bonifica e della gestione consortile delle acque che prendeva forma compiuta sotto il regime fascista, diventava in quegli anni modello per altri paesi. Come tale fu studiato soprattutto dagli spagnoli, alle prese con piani di trasformazione irrigua. Nel 1926 si affermava in Spagna una visione articolata a scala di bacino idrografico dei problemi di captazione e distribuzione dell¿acqua irrigua, con la costituzione di organismi consortili: le Confederaciones Sindicales Hidrográficas. Proprio nel 1933, l'anno della legge Serpieri, veniva adottato dal governo della repubblica spagnola il Piano nazionale delle opere idrauliche di Lorenzo Pardo, le cui finalità molto assomigliavano a quelle che Serpieri aveva voluto assegnare alla bonifica integrale. Lo stesso Pardo era stato in precedenza presidente della grande Confederazione idrografica dell'Ebro e dunque conosceva bene i problemi consortili nella gestione delle acque.
L'attuazione dell'ordinamento regionale previsto dalla Costituzione repubblicana ha attribuito alla regione il compito di articolare a scala del suo territorio le attività di bonifica, nel quadro di più generali compiti e poteri di gestione e pianificazione del territorio. La legge regionale 2 agosto 1984, n. 42, all'articolo 1 conferma la grande valenza storica, per l'Emilia-Romagna, della bonifica, affermando che la Regione «riconosce, promuove ed organizza l'attività di bonifica come funzione essenzialmente pubblica ai fini della difesa del suolo e di un equilibrato sviluppo del proprio territorio, della tutela e della valorizzazione della produzione agricola e dei beni naturali, con particolare riferimento alle risorse idriche». Si può sottolineare il fatto che il lungo e secolare cammino della bonifica in Emilia-Romagna resta saldamente ancorato alle finalità e alle funzioni pubbliche. Anche per questo è necessario ripercorrere la storia dei consorzi di bonifica come parte fondante e non secondaria della storia della società regionale, dell'agricoltura e del territorio.
La legge regionale si pone con evidenza l'obiettivo di connettere organicamente tutti i tipi di intervento di difesa e di valorizzazione del territorio, ed in particolare di ricondurre i problemi di gestione idraulica del territorio di montagna e di quello di pianura in un quadro unitario di programmazione poliennale della bonifica. Si fa strada, con l'articolo 11 della legge, la necessaria ridefinizione degli ambiti territoriali entro cui operano i consorzi di bonifica, visti oggi non più come enti di gestione separati rispetto alla natura dei problemi da affrontare (bonifica montana, irrigazione, scolo, ecc.) ma ricondotti ad un ambito unitario secondo la logica di bacino idrografico.
La successiva legge di attuazione del 23 aprile 1987, n.16 procedeva alla riorganizzazione della competenza territoriale dei nuovi consorzi di bonifica, non senza avere preliminarmente classificato il restante territorio regionale, che non risultasse già classificato con precedenti provvedimenti statali, come territorio di bonifica di seconda categoria. Scomparivano così i consorzi di bonifica montana e quelli irrigui e di scolo, ricompresi nelle nuove unità comprensoriali perimetrate sulla base del bacino idrografico di competenza.
Ricondurre ad una visione integrata i problemi della bonifica, della difesa del suolo e dell'uso plurimo delle risorse idriche è stato un indubbio ulteriore passo in avanti di quella concezione pubblicistica dell'attività di bonifica che si era fatta strada con la legge Baccarini del 1882 e che era stata consacrata con il Testo unico Serpieri del 1933. L'attuale riforma su base regionale semplifica la complessa articolazione che la bonifica aveva assunto in Emilia-Romagna. In un certo senso, per lo storico, ciò rappresenta anche una specie di impoverimento della fonte. Le carte e i documenti dei piccoli e medi consorzi soppressi testimoniano di una grande ricchezza di esperienze associative di autogestione tra gli agricoltori. La memoria di questa capacità di autogestione degli interessi idraulici deve perciò essere conservata dai nuovi Consorzi.



Profili istituzionali collegati:

Collegati:
Consorzio di bonifica, 1882 -
Consorzio idraulico, sec. XVI -


Soggetti produttori collegati:
Congregazione consorziale primo circondario scoli canal Bianco
Congregazione degli scoli interni di Ferrara
Congregazione dei lavorieri di Ferrara
Congregazione della bonificazione di San Giovanni Battista
Conservatoria della bonificazione
Consorzio 1° comprensorio del Po
Consorzio acquedotto Val d'Arda
Consorzio bacini piacentini di levante
Consorzio bacini Tidone Trebbia
Consorzio degli interessati nel torrente Savena Abbandonata
Consorzio degli interessati nelle acque del canale di Savena
Consorzio dei bacini montani di Modena
Consorzio dei compadroni dei molini di Imola
Consorzio del cavo Cava e del rio Giarolo
Consorzio del Cavo Scaloppia
Consorzio della bonifica Bentivoglio - Enza
Consorzio della bonifica montana dell'Appennino Parmense
Consorzio della bonifica nonantolana
Consorzio della bonifica Parmense
Consorzio della bonifica parmigiana Moglia Secchia
Consorzio della bonifica renana
Consorzio della bonifica Reno Palata
Consorzio della bonificazione Bentivoglio
Consorzio della bonificazione parmigiana Moglia
Consorzio della bonificazione Tresinaro Secchia
Consorzio della chiusa di Casalecchio e del canale di Reno
Consorzio della chiusa di San Ruffillo e del canale di Savena
Consorzio della grande bonificazione ferrarese
Consorzio delle bonificazioni Reggiane-Bentivoglio
Consorzio di bonifica Basso Piacentino
Consorzio di bonifica Burana - Leo - Scoltenna - Panaro
Consorzio di bonifica cavamento Palata
Consorzio di Bonifica del Ferro e dello Sparviero di Trebisacce
Consorzio di bonifica della Val d'Arda
Consorzio di bonifica della Val Tidone
Consorzio di bonifica di Castelnovo di Sotto e Campegine
Consorzio di bonifica di II grado per il canale emiliano romagnolo
Consorzio di bonifica di Mortizza
Consorzio di Bonifica di Terre Vecchie
Consorzio di bonifica di Varsi
Consorzio di bonifica montana Appennino Piacentino
Consorzio di bonifica montana del Nure, Arda, Chero
Consorzio di bonifica montana del Trebbia
Consorzio di bonifica montana dell'Alto Bacino del Reno
Consorzio di bonifica Palata Reno
Consorzio di bonifica primo circondario Polesine
Consorzio di bonifica urbana e suburbana
Consorzio di bonificazione generale di Boretto
Consorzio di bonificazione generale di Brescello
Consorzio di difesa dei torrenti Ghironda e Martignone
Consorzio di II categoria argine destro torrente Taro
Consorzio di II categoria argine sinistro torrente Parma
Consorzio di II categoria dal Taro all'Enza
Consorzio di II categoria dall'Ongina al Taro
Consorzio di II Categoria destra del torrente Parma
Consorzio di II categoria sinistra del torrente Enza
Consorzio di III categoria per la sistemazione del fiume Reno alla chiusa di Casalecchio
Consorzio di III categoria per la sistemazione del fiume Reno da Casalecchio al ponte della via Emilia
Consorzio di irrigazione fra gli utenti del canale della Spelta
Consorzio di miglioramento fondiario degli utenti del canale dei molini di Imola e Massalombarda
Consorzio di miglioramento fondiario del canal Torbido
Consorzio di miglioramento fondiario delle bonificazioni reggiane
Consorzio di miglioramento fondiario Ronchi Soarza e San Giuliano
Consorzio di Scolo di Gualtieri
Consorzio Enzoletta di San Sisto
Consorzio generale acque del Trebbia
Consorzio interprovinciale per la bonifica di Burana
Consorzio miglioramento fondiario Bardi
Consorzio Reno Samoggia
Consorzio rivi di destra del Trebbia
Consorzio scoli e irrigazioni di Ravarino
Consorzio unico per la bonifica della Bassa Parmense
Ente regionale di sviluppo agricolo dell'Emilia-Romagna - Comprensorio di Bonifica di Mesola
Società degli interessati negli scoli dei due Polesini di Casaglia e di San Giovanni Battista di Ferrara
Società degli interessati negli scoli della bonificazione di San Giovanni Battista


Bibliografia:
F. CAZZOLA, Dalle carte dei consorzi di bonifica: sviluppo agricolo e trasformazione del territorio, "Archivi storici nei Consorzi di bonifica dell'Emilia-Romagna. Guida generale", a cura di E. FREGNI, Bologna, Pàtron Editore, 2003


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