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Comune di Umbertide

Sede: Umbertide (Perugia)
Date di esistenza: 1381 - , L'estremo remoto di esistenza è desunto dalla documentazione pervenuta.

Intestazioni:
Comune di Umbertide, Umbertide (Perugia), 1863 -, SIUSA
Comune di Fratta, Umbertide (Perugia), 1860 - 1863, SIUSA
Comunità di Fratta, Umbertide (Perugia), 1381 - 1860, SIUSA

Altre denominazioni:
Comunità di Fratta, 1381 - 1860
Comune di Fratta, 1860 - 1863

Le origini di Fratta sono piuttosto incerte; le prime testimonianze sul castello, storicamente fondate, risalgono al 1189. È del 12 febbraio di quell'anno, infatti, l'atto con cui "Fracta Filiorum Uberti", fino ad allora posseduta dai successori di Arimberto, venne sottomessa a Perugia dal marchese Ugolino di Uguccione, ascendente dei marchesi di Petrelle, unitamente alle proprie terre, riservando però per sé la metà delle tasse di Fratta, come Perugia faceva per le altre parti del suo territorio.
Per quanto riguarda la storia di Fratta nei secoli XIII e XIV, si è dovuto far ricorso alle fonti statutarie perugine, che costituiscono il quadro normativo di riferimento per le comunità sparse nel contado; in particolare è importante ricordare una riformanza perugina del 1396, con cui i ruoli di castellano e di podestà di Sigillo, Montone e Fratta, fino ad allora svolti da due distinti funzionari, vennero unificati formando "unum officium et unum corpus castellanantia cum potestaria". Con tale risoluzione, veniva designato un "vir bonus et fidelis" per amministrare ciascuna di quelle comunità.
Nel 1351 Fratta fu devastata, in occasione delle lotte tra il Visconti e Perugia, dall'armata di Giovanni di Cantuccio Gabrielli di Gubbio, capitano dell'arcivescovo di Milano. Nei decenni successivi, Fratta ed il suo territorio subirono le conseguenze degli scontri tra il capitano di ventura Braccio Fortebraccio da Montone e duemila cavalli mandati da Ladislao d'Angiò re di Napoli, tra il 1403 ed il 1408; fu nuovamente devastata, nel 1478, complice la peste, dalle truppe di Federico duca d'Urbino e, l'anno successivo, dai fiorentini. Infine, anche il Valentino, a capo delle truppe pontificie, muovendo verso Fossato di Vico, la occupò nel 1500.
Nel corso delle interminabili lotte di fazioni che dilaniarono Perugia dalla seconda metà del XIV ai primi decenni del XVI secolo, presso il castello di Fratta, in varie occasioni, trovarono rifugio gli esuli; fu precipuo interesse dei perugini, pertanto, "recuperare" o riconquistare il suddetto castello. Nel 1385, ad esempio, Fratta venne occupata dai fuoriusciti, grazie ad una sollevazione capeggiata da Tommaso di Ciardolino, capitano della guardia; riconquistata l'anno dopo da Albertino di Nino di Guidalotto e da Mattiolo di Angeluccio di Colle, essendo capitano della guerra di Perugia Pellino di Cucco Baglioni, Fratta venne ampiamente restaurata, nelle strutture difensive e dotata di un'imponente rocca. Altri episodi di occupazioni e recuperi ebbero luogo negli anni 1394, 1431 e 1495.
L'amministrazione della cosa pubblica di Fratta, il funzionamento degli organi di governo e la tutela degli interessi della comunità medesima erano regolati da apposita normativa, contenuta in uno statuto, a noi pervenuto, risalente al 1521.
Per rappresentanza, il consiglio "dei quaranta" costituiva l'istituzione più significativa, a cui era demandata l'elezione dei quattro difensori, i tre sopra la guardia, il sindaco, il cancelliere, il camerlengo e gli ambasciatori; il consiglio, inoltre, doveva deliberare, con almeno i due terzi dei presenti, sulle entrate e uscite comunitative. I consiglieri, i cui nominativi dovevano essere riportati nel registro delle riformanze e la cui durata in carica era a vita, erano obbligati a giurare uno ad uno davanti al cancelliere e a partecipare alle sedute pubbliche, sotto pena di cinque soldi di denari per ogni assenza immotivata. Al consiglio era consentito spendere una somma di cinquanta libbre di denari, oltre l'ordinario stabilito. Altro consiglio era il consiglio segreto o minore o "dei dodici", costituito da quattro difensori, tre officiali sopra la guardia, il camerlengo generale del Comune e quattro consiglieri. Particolari disposizioni, sempre nello statuto, disciplinavano lo svolgimento dei consigli cittadini. Norme particolarmente rigide erano inoltre previste circa la condotta che i partecipanti alle sedute pubbliche dovevano tenere. Era anche stabilito che la cerimonia di insediamento iniziava solennemente nella chiesa di San Francesco, con una messa cantata. I difensori, come altre figure pubbliche, al termine del mandato venivano sindacati dal podestà ed erano soggetti alla pena di cento soldi di denari per eventuali negligenze in cui fossero incorsi.
Le corporazioni delle arti costituivano una componente essenziale del tessuto sociale ed economico cittadino e, nell'ambito delle istituzioni locali, non mancava una rappresentanza di tali categorie.
Il camerlengo o camerario, l'ufficiale che incassava i proventi e le rendite comunitative ed eseguiva i pagamenti, secondo la forma delle bollette da infilzare o delle polizze controfirmate dai difensori, era definito"summamente utile et necessario". Tutte le operazioni contabili effettuate dall'ufficiale dovevano essere registrate dal cancelliere, con l'indicazione dei nomi, della data e della ragione del pagamento, in apposito libro di entrate e uscite. Il camerlengo era tenuto a rendere conto del proprio operato ed era sottoposto a sindacato, al termine del mandato che durava quattro mesi e per il quale percepiva un salario di trenta soldi di denari, dopo aver consegnato la documentazione in suo possesso al nuovo camerlengo. Eventuali negligenze erano punite a discrezione del podestà e dei "revisori delle ragioni del Comune". Detti ufficiali rimanevano in carica un anno, erano sottoposti a sindacato e potevano incorrere in una multa di venti soldi nel caso di eventuali errori.
Il mandato di esecuzione dei pegni, che colpiva quanti non potevano far fronte al pagamento delle imposte, era affidato al "massaro" o camerlengo dei pegni, ufficiale scelto tra i difensori, in carica per quattro mesi. Spettava al massaro la registrazione di tutti i pegni e la loro restituzione, una volta concluso il mandato, con la polizza del podestà o degli ufficiali che ne avevano ordinato l'esecuzione, al costo di tre denari per ogni pegno. Coloro che avevano subito il pignoramento erano sollecitati a recuperare i propri pegni, entro otto giorni dopo il termine del mandato del vecchio massaro, sotto pena di vendita dei medesimi da parte del nuovo. Finito il proprio mandato, il massaro si recava dal podestà per rendere ragione del suo operato ed essere sindacato. Scontava una multa di venti soldi di denari in caso di negligenza.
La riscossione dei dazi e delle colte, ordinarie e straordinarie, tanto di Fratta quanto di Perugia, era di competenza del "coltore". L'ufficiale, che giurava in principio di mandato di "fare bene et legalmente et senza fraude" e di osservare le norme statutarie, doveva provvedere a redigere un catasto degli allibrati, riportando per ciascun allibrato le relative somme e le date dei pagamenti. Il coltore esercitava il proprio officio per sei mesi o un anno a discrezione del consiglio, percepiva tre denari ogni libbra alla grossa per ciascun "subsidio integro" relativo all'accatastamento e un soldo per ciascuna colta o salario, rilasciando regolare polizza di quanto ricevuto. Era sottoposto a sindacato e pagava cento soldi di denari per ogni negligenza commessa.
Gli "officiali sopra la guardia" erano tre "fidelissimi", frattegiani e perugini, in carica quattro mesi; essi si occupavano della "reparatione delle mura fortilitie, porte, ponti, strate, retiglarie, monitioni et tutte le altre cose necessarie et opportune ad la bellezza fortezza guardia et cura de ditto castello", soprattutto in "tempo di sospecto in dare et far fare le guardie, mettere e mandare spie vedette". La fiera che si teneva periodicamente a Fratta poteva essere occasione di disordini, potenzialmente pericolosi, ai quali bisognava far fronte con un nucleo di almeno venticinque uomini armati. Quanto alle armi, solo agli ufficiali sopra la guardia era consentito portarle, mentre gli uomini armati non potevano spostarsi senza fondata ragione e senza espressa licenza dei superiori, del podestà e dei difensori; soprattutto in tempi difficili, il podestà e il cancelliere erano tenuti ad ispezionare gli armati una volta di giorno e una di notte. Costantino Magi annota che, nel corso degli anni successivi all'approvazione dello statuto, "così richiedendo la mutazione dei tempi", si radicò la prassi di eleggere "in luoco di quelli, che appartengono alla Guardia due Caporioni, i quali in occasione della Fiera, e di sede vacante, e di guerra, sovraintendono alla custodia della Terra".
Tra le altre figure istituzionali che svolgevano specifiche mansioni e competenze vi erano: i viari, i terminatori, gli stimatori dei danni dati, le guardie della notte, gli ambasciatori della comunità, i registratori dei debiti e dei crediti del Comune e i baili.
Durante la ribellione che scoppiò nel 1540 a Perugia, in seguito all'innalzamento della gabella sul sale, Fratta si mantenne "fedelissima alla S. Sede". Già in altra occasione, nel 1534, quando Rodolfo Baglioni s'impadronì di Perugia, Fratta era rimasta fedele alla Chiesa, evitando lo smantellamento delle mura, l'anno seguente, per ordine di papa Paolo III. Non va dimenticato, d'altro canto, che era prerogativa del potere centrale la nomina dei castellani di Fratta, gli ufficiali preposti alla difesa, "ragguardevoli per la qualità della nascita, e negli esercizii militari longamente addottrinati, che la tenevano provista di soldatesca, munizione, e beni".
La cosiddetta "guerra del sale" (1540) segnò l'inizio della piena dominazione pontificia sulla città di Perugia, non senza conseguenze anche per il castello di Fratta. Infatti, dopo il 1540 vennero "tolti" i salariati attivi presso questa comunità, cioè i tre sopra la guardia, il cancelliere, il camerlengo, il sindaco, il medico ed il maestro di scuola, il depositario dei pegni, il massaro delle armi ed arnesi del Comune, il daziario del sussidio, il daziario del salario, gli officiali delle vie, i terminatori e gli stimatori dei danni dati, gli ambasciatori del Comune, i registratori e i revisori delle ragioni del pubblico. Si assiste quindi ad un vero e proprio giro di vite, nei confronti delle varie istituzioni frattegiane, che risparmiava soltanto gli organi più importanti, vale a dire il commissario, i difensori e il consiglio.
Nella sua storia, Fratta conobbe soltanto una volta una dominazione diversa da quella perugina. Infatti nel 1550, per pochi mesi, il castello venne retto dai tifernati. Fu papa Giulio III che, con motu proprio del 22 febbraio, concesse "a Paolo, e Giovanni di Niccolò Vitelli Domicelli della Città di Castello la Fratta con tutto il suo territorio, ville, rendite, e Proventi costituendoli insieme coi loro Discendenti Vicarii, e Governatori con molti Privilegii etiam Potestate Gladii", in cambio di una libbra di cera all'anno da corrispondersi alla Camera apostolica. La perdita di Fratta, per Perugia, avrebbe senza dubbio comportato un forte indebolimento, sia sul piano politico che su quello militare. Dopo un primo tentativo, andato a vuoto, di interloquire con il pontefice e di farlo tornare sui suoi passi, i conservatori dell'ecclesiastica obbedienza perugini inviarono alla Corte di Roma Balduino Del Monte, fratello del papa. Quest'ultimo, meglio informato "del molto danno, ed incomodo, se detta terra, ed il territorio di essa si separasse, e si dismembrasse dalla Città [di Perugia], perciò rivocò la concessione, e ripose Perugia nel suo primiero possesso".
La perdita di gran parte della documentazione dell'archivio storico comunale, relativa al periodo compreso tra la metà del XVI e gli ultimi anni del XVII secolo, non consente di stabilire se vi siano stati particolari cambiamenti, dal punto di vista delle istituzioni. Le fonti pervenute ci tramandano soprattutto puntuali testimonianze per gli anni 1643-1644, quando, nel pieno della guerra di Castro, l'esercito fiorentino assediò Fratta ma fu costretto a ritirarsi a causa della imprevista resistenza del castello, resa più salda da una situazione meteorologica particolarmente avversa per gli assedianti.
Risalgono agli ultimi anni del Seicento alcune vistose irregolarità, in ordine alla convocazione ed allo svolgimento dei consigli pubblici. Nel 1694, il commissario di Fratta Orazio Paltoni espresse le proprie lamentele al delegato apostolico di Perugia, sul fatto che il numero dei presenti alle assemblee non fosse mai sufficiente: le norme statutarie prevedevano la presenza di quaranta membri, ma spesso non si raggiungevano le trenta unità, annullando così la validità dell'assemblea. Il commissario era dell'idea non solo di costringere a partecipare alle assemblee quanti erano tenuti a farlo, ma anche di poter inserire persone non previste dai regolamenti. A pesanti conseguenze poteva portare la presenza non continuativa del commissario.
Gli anni che vanno dalla fine del Seicento alla prima metà del Settecento non sono contrassegnati da fatti di particolare interesse; ma a partire dagli anni Cinquanta del XVIII secolo si assiste ad un progressivo aggravamento di alcuni problemi, quali la formazione del bussolo e la scelta degli ufficiali. La stanchezza nei confronti della assunzione di responsabilità pubbliche non poteva essere contrastata solo con provvedimenti punitivi nei confronti dei rinunciatari, per cui, nel corso degli anni, si cercò di dare una risposta al problema, introducendo disposizioni, norme, figure istituzionali nuove che consentissero il corretto funzionamento del governo della comunità. Alcune importanti disposizioni statutarie, circa questi aspetti della vita amministrativa, erano da lungo tempo disattese, con la conseguenza che avevano finito per prevalere, tra gli amministratori, gli interessi di parte su quelli generali.
Nel 1787 l'avvocato perugino Silvestro Bruschi, in esecuzione del breve di Pio VI datato 19 aprile 1785, viene nominato giudice commissario e visitatore generale delle comunità del territorio di Perugia per conto del governatore generale dell'Umbria, monsignor Angelo Altieri. Il 28 gennaio di quell'anno si tenne il consiglio generale di Fratta avanti il visitatore e con l'assistenza dei deputati ecclesiastici. Emersero infatti, dai controlli effettuati, vistose irregolarità amministrative da ascrivere alle commistioni nell'esercizio delle funzioni assunte dagli amministratori, alle quali si aggiungeva un pesante indebitamento di Fratta nei confronti di Perugia. Vennero pertanto proposti due assistenti sugli affari pubblici, il canonico don Emanuele Cantabrana e il laico Paolo Mazzaforti, come pratici degli interessi della comunità; inoltre, avendo rilevato che il numero dei consiglieri non era fisso, Bruschi ordinò che l'imbussolamento si svolgesse alla sua presenza. Il suo decreto stabilì che era indispensabile la presenza di almeno ventiquattro consiglieri, "persone possidenti, di buon costume, e capaci", lo stesso numero, cioè, degli individui che componevano il bussolo della magistratura, fino a raggiungere il numero massimo di trenta con i membri onorari; e che, per la validità della seduta, erano necessari almeno i due terzi dei consiglieri. Particolare attenzione fu riservata alla redazione e conservazione delle pubbliche scritture, in modo tale che "ad ognuno dei quattro priori si consegni la sua chiave della publica cassa, ove oltre i documenti, e ricevute originali interessanti la comunità si tenga onninamente chiuso il sigillo grande custodiale e gli altri tutti, eccetto quello delle lettere da rimanere presso il segretario, secondo il solito"; inoltre, che "sia cura del magistrato il farsi, che dal segretario si tenghino tutti li libri con esattezza, e sia sempre al paro nel registro degli atti".
Il decreto di approvazione della visita, firmato e timbrato dal Bruschi, reca la data del 16 settembre 1787.
La Rivoluzione francese e l'ingresso delle armate napoleoniche in Italia inaugurano un periodo storico particolarmente dinamico, anche se le realtà periferiche come Fratta recepirono con una certa lentezza le nuove direttive e i cambiamenti politico-istituzionali.
Nel 1798, il prefetto consolare del Cantone di Fratta, Giuseppe Savelli, nella impossibilità di designare gli "edili", propose di ricorrere a candidati non frattegiani al fine di dare una risposta al responsabile del Dipartimento del Trasimeno, con sede in Perugia. L'autorità centrale, introducendo una procedura che rompeva una lunga tradizione, nominò allora delle persone scelte tra i notabili e attribuì loro vari compiti ed uffici: la reggenza della "comune", presieduta provvisoriamente da Domenico Reggiani, era costituita dal pretore Lorenzo Vibi che, assieme a due assessori, giudicava le cause civili; vennero poi designati Giuseppe Agostini presidente, Giovan Battista Burelli segretario municipale, Giuseppe Paolucci questore, Felice Molinari edile ed Erasmo Mavarelli aggiunto. Nella stessa lista furono compresi anche i nominativi degli edili e degli aggiunti per le frazioni della Comune di Fratta. Venne inoltre organizzata la compagnia locale della Guardia nazionale, con un proprio comandante, fu abbattuto lo stemma pontificio e fu dato al Comune il nome di municipalità. Nell'euforia dei rapidi cambiamenti politici, fu "dato fuoco … ai documenti dell'archivio comunale", con la perdita di gran parte della memoria storica della comunità.
"… la Repubblica dopo 18 mesi cadeva, ripristinandosi il Governo Pontificio, e le cose cambiarono, con dispiaceri sommi dei Repubblicani, che il Governo papale odiava, e faceva imprigionare, giacche la sbirraglia influenzava nella Polizia".
Il 30 giugno 1799 venne convocato il consiglio dal maggiore Passerini, in rappresentanza del potere imperiale, con 15 partecipanti, ai quali fu notificata la nuova reggenza: nel testo è scritto che sarà formato a Fratta un governo provvisorio composto da sette persone deputate alla quiete e tranquillità del paese e a mantenere la truppa e a vigilare sui forestieri e sui sospetti. L'ultima deliberazione della deputazione provvisoria del periodo repubblicano risale al 25 settembre 1799, mentre la deliberazione successiva, del 28 ottobre 1799, venne adottata dal consiglio "dei 12" composto da Lorenzo Vibi confaloniere, Vincenzo Mavarelli capo di magistratura, tre priori più sette consiglieri, Giuseppe Mazzaforti segretario.
Il 13 luglio 1809, Fratta venne elevata a governo di seconda classe, come già nel 1800, sotto Pio VII. Sotto la dominazione napoleonica "si formano nuovamente i Dipartimenti, e la Fratta torna Cantone, con la riunione dei medesimi luoghi, con un giudice di pace, Griffier Uscieri, ed un merre [sic] amministrativo": il generale Miollis, comandante superiore nelle province dell'Umbria, incaricato della Consulta straordinaria degli Stati Romani, nominò Domenico Bruni maire di Fratta con nota del 13 luglio 1809. Furono sostituiti gli stemmi e venne assegnato a Fratta un maire e dei consiglieri municipali con un circondario uguale a quello avuto nel regime repubblicano. Vi furono poi un aggiunto e dieci consiglieri municipali. Con il bollettino della Suprema consulta di Stato n. 123 del 23 novembre 1810, confermato con decreto imperiale 3 gennaio 1812 inserito nel bollettino delle leggi al n. 416, Fratta venne dichiarata capoluogo di Cantone con aumento di territorio formato da altre frazioni; venne istituito un tribunale sotto il titolo di Giudicatura di pace, "che aveva soggette diverse comuni, castella e villaggi" e, in più, fu istituito l'ufficio di Stato civile.
Conclusasi l'esperienza napoleonica e ripristinato il potere pontificio, il 14 marzo del 1814, Menicone Meniconi, in qualità di commissario speciale, venne spedito in Fratta da monsignor Cesare Nembrini delegato apostolico, per ripristinare il potere pontificio: costui nominò una giunta comunale provvisoria nelle persone del dottor Lorenzo Vibi, Pietro Crosti, Silvestro Martinelli, Giovanni Giovannoni; Tommaso Paulucci commissario e giudice. La prima riformanza pontificia dopo la Restaurazione reca la data del 16 maggio 1814, giorno in cui giunse a Fratta Menicone Meniconi, per conto del delegato apostolico, recante la lettera del 12 maggio per la designazione dei membri della commissione provvisoria: Lorenzo Vibi presidente, tre consiglieri (Pietro Crosti, Silvestro Martinelli e Giovanni Giovannoni) ed il segretario Giovanbattista Burelli. Ai citati cittadini spettò la designazione, sempre il 16 maggio, di una rosa di tre nomi per la scelta del giusdicente locale e il 19 maggio la preferenza cadde su Tommaso Paolucci, eletto con lettera del 17 maggio.
Nel 1816 Tommaso Paolucci, governatore di Montone, su disposto della delegatizia del 16 novembre, nominò Domenico Reggiani sindaco di Fratta, che fu appodiata a Montone.
Con il motu proprio 6 luglio 1816, Fratta non risulta più capoluogo di governo ma semplice comune, amministrato da Perugia per mezzo di un sindaco: fu di nuovo comune di residenza dei governatori nel 1817, grazie al Riparto emanato dal segretario di Stato cardinal Ercole Consalvi.
La nuova statistica del 1833 confermò Fratta capoluogo di governo di seconda classe: a capo di questa circoscrizione c'era un governatore con competenza a giudicare fino a scudi duecento, e comprendeva i comuni di Fratta, Montone e Pietralunga.

La svolta più importante della vicenda storica di Fratta reca la data del 12 settembre 1860, quando i soldati del generale Manfredo Fanti entrarono in paese e "questa Terra venne occupata dalle truppe piemontesi e … venne proclamata una giunta provvisoria di governo con pieni poteri nelle persone dei signori Costantino Magi Spinetti, Raffaele Santini, Giuseppe Agostini e Luigi Igi". Risale al 14 settembre il decreto emanato dal Marchese Gualterio, commissario regio per le province di Perugia e di Orvieto, con cui veniva costituita una commissione municipale provvisoria, le cui attribuzioni ricalcavano quelle pontificie, in attesa della emanazione della nuova legge municipale; di tale commissione facevano parte Giuseppe Agostini facente funzione di priore, Lelio Lazzarini, Quintilio Magnanini, Luigi Santini e Giuseppe Bertanzi segretario. Ampi poteri furono assegnati al commissario generale straordinario per le province dell'Umbria, Gioacchino Napoleone Pepoli. Il decreto del 17 settembre, n. 5, confermava lo scioglimento dei consigli municipali esistenti al momento dell'occupazione piemontese, e istituiva le commissioni municipali provvisorie - di cui sopra - per provvedere all'amministrazione dei comuni fintantoché non si potessero svolgere regolari elezioni a norma della legge sarda.
Con decreto n. 64 del 21 ottobre 1860, emanato dal regio commissario Pepoli, venne indetto il referendum plebiscitario, ai fini dell'annessione al Regno sabaudo.
Per la formazione del nuovo consiglio comunale, si svolsero le operazioni elettorali l'11 novembre 1860, in ottemperanza al decreto 24 ottobre, n. 65 del citato commissario.
Nel 1861, a Fratta, in ottemperanza alle disposizioni allora vigenti, vennero nominati i revisori dei conti e la commissione visitatrice delle carceri; poi l'ufficiale di Stato civile, Leopoldo Santini, al quale fu chiesto di collaborare anche con l'ufficio di segreteria.
Grande rilievo assunse, tra il 1862 e il 1863, la questione della nuova denominazione.
Nella delibera del 14 dicembre 1862 l'assessore Mauro Mavarelli, facente funzione di presidente dell'assemblea, annunciò alla medesima che il regio prefetto, con dispaccio del 10 luglio, n. 13341, per incarico ricevuto dal Ministero dell'interno, invitava il sindaco di Fratta a proporre al consiglio in una delle sue prossime sedute "la delibera, se non di cangiare l'attuale denominazione del Comune, almeno di farvi una qualche aggiunta, da desumersi dalla specialità della situazione, e ciò per evitare equivoci ed imbarazzi, come alle pubbliche amministrazioni così ai privati, che derivano dalla multiplicità dei Comuni che s'appellano col nome di Fratta". Il sindaco e la giunta, pertanto, furono dell'avviso di nominare una commissione composta da … "quelli, che si reputarono maggiormente informati della Storia Patria".
Nel 1862 il sindaco e la giunta municipale, con provvedimento n. 1591 del 21 settembre, procedettero alla nomina della commissione, allo scopo di cui sopra, composta da Costantino Magi Spinetti, Ruggero Burelli e Genesio Perugini, con l'incarico di proporre un nuovo nome per Fratta. Il primo ottobre successivo i membri della commissione, dopo aver elencato i vecchi nomi di Fratta, quali Forum Bremitii, Forum [Iulii] Concubiense, Pitulum, Fracta Filiorum Uberti e, secondo il Lauri, Fracta insigne Umbertinorum Oppidum, ritennero che quest'ultimo nome in particolare fosse più "rappresentativo dell'attualità se reca un tributo al sovrano, Umberto o Uberto, principe ereditario del re d'Italia": la proposta di "Umberta" o "Umbertide" venne approvata con sette voti favorevoli e uno contrario.
Il 25 gennaio 1863, a motivo di certo malcontento tra la popolazione in merito alla nuova denominazione del Comune e per il fatto che la delibera "era stata presa in seconda chiamata con scarso numero di consiglieri", la Prefettura, con dispaccio del 15 gennaio n. 574 div. 5 sez. 10, ordinava di riproporre lo stesso oggetto a nuova deliberazione. L'avvocato Costantino Magi Spinetti portò delle motivazioni perché il consiglio si persuadesse ad abbandonare il vecchio nome Fratta, in quanto "esso rammentava la sua distruzione per opera dei barbari, e la conseguente dominazione straniera, proponendo invece di sostituire Umbertide ad Umberta come nome più consentaneo alla patria tradizione, imperocchè dalla medesima risulta che non Umberto, ma i di lui figli fossero di questa terra i fondatori". Tale proposta ebbe approvazione unanime per appello nominale.
Nell'attività degli organi collegiali del Comune di Umbertide non si registrano variazioni di rilievo fino al 1926, anno di promulgazione della legge 4 febbraio 1926 n. 237 e del r.d. 3 settembre 1926, n. 1910, con cui venivano soppressi gli organi elettivi, il consiglio e la giunta, le cui funzioni, nei Comuni con popolazione inferiore alle 5000 unità, furono assunte dal podestà, ufficiale di nomina governativa.
Risale al 4 aprile 1927 la prima delibera del podestà di Umbertide, Gualtiero Guardabassi, insediato con r.d. 24 marzo ai sensi e in attuazione della normativa di cui sopra.
L'8 novembre 1943 si insediò ad Umbertide un commissario prefettizio, il cui nome non è stato individuato, dal momento che mancano le sottoscrizioni in calce ai verbali delle deliberazioni.
Il r.d. 4 aprile 1944, n. 111, sancì che a capo di ogni comune fossero insediati un sindaco e una giunta su nomina del prefetto. Nella seduta del 9 agosto successivo, al commissario prefettizio subentrò il sindaco Mariano Migliorati e fu nominata la giunta nelle persone di Giuseppe Migliorati, Nello Boldrini, Angelo Martinelli, Attilio Cannavini, Aspromonte Rometti, Giuseppe Rondoni, Tramaglino Cerrini, Renato Ramaccioni e Giorgio Rappini.
Con il decreto legislativo 7 gennaio 1946, n. 1, vennero ripristinati i vecchi ordinamenti comunali e, suddivisi i territori comunali in sezioni, poterono svolgersi le elezioni del consiglio comunale.
Da allora, per il Comune di Umbertide, non si registrano mutamenti istituzionali.
Le presenti informazioni sono tratte dall'inventario pubblicato on line.


Condizione giuridica:
pubblico

Tipologia del soggetto produttore:
preunitario (1381 - 1860)
ente pubblico territoriale (1860 - )


Soggetti produttori:

Collegati:
Banda municipale e Scuola di musica di Umbertide
Commissario di Umbertide
Commissione di prima istanza per l'esame dei ricorsi avverso i tributi locali di Umbertide
Consorzio per la riva sinistra del Tevere di Umbertide
Istituto nazionale di cultura fascista. Sezione provinciale di Perugia. Sottosezione di Umbertide
Liceo scientifico di Umbertide
Opera nazionale per la protezione della maternità e dell'infanzia - ONMI. Comitato di patronato di Umbertide
Pretore del Cantone di Umbertide


Profili istituzionali collegati:
Comunità (Stato della Chiesa), sec. XIV - sec. XVIII
Comunità (Stato della Chiesa), 1815 - 1870
Comunità laziali nel periodo francese, 1798 - 1814
Comune, 1859 -
Ufficio di Stato civile (Umbria), 1860 - 1865

Complessi archivistici prodotti:
Comune di Umbertide (fondo)
Direzione didattica 1° circolo di Umbertide (fondo)
Direzione didattica 2° circolo Giuseppe Di Vittorio di Umbertide (fondo)
Stato civile del Comune di Umbertide (fondo)


Bibliografia:
I danni di guerra subiti dagli archivi italiani, in "Notizie degli Archivi di Stato", IV-VII (1944-1947), p. 109, progressivo 1551
R. ABBONDANZA, Gli archivi dei governi provvisori e straordinari 1859-1861, III, Roma 1962
M. SQUADRONI, Il trasferimento degli archivi storici comunali: il caso di Umbertide, in "Notiziario dell'Istituto storico regionale (umbro)", IV, giugno-luglio 1981

Redazione e revisione:
Santolamazza Rossella, 2011/11/09, revisione
Sargentini Cristiana, 2010/02/24, prima redazione


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